“ se io preferisco tanto l’autunno alla primavera ,
è perché in autunno si guarda al cielo ed in primavera alla terra “
Ponte delle Alpi, giugno1979

cont


Auoritratto - disegno a matita - 1965

 

 

 

 

 

 

 


La semina - forno primitivo - 2000

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


La vigna - Disegno a tempera - 1965

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Disegno a china - Scenografia per "le nuvole" di Aristofane

 

 

 

 


Tempera - bozzetto per costume di Hermes

"le nuvole" di Aristofane

 

 


Tempera - bozzetto per costume della
Dea della fertilità

"le nuvole" di Aristofane

 


Tempera - bozzetto per costume di Trigeo
"le nuvole" di Aristofane

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Tempera - per scena di Margherita all'ercolaio,
Faust - Firenze 1983

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

TACCUINO (RAKU)

Il presente testo è nato dall’intenzione non tanto di fare qualcosa di originale ma bensì qualcosa di “vero”. Parlare della mia attività di ceramista è principalmente un parlare di me: e chi meglio potrebbe presentarmi? Ho deciso di farlo da me. Nella mia vita ho scritto una ventina di “quaderni” intesi quali taccuini dove scrivere, trascrivere, annotare, disegnare, incollare foto....E perché non fare altrettanto al posto di un ormai inflazionato depliant? Ed ecco è nata l’idea di codesto taccuino.
Mi sia scusato l’egocentrismo, ma non sapevo convincermi al fatto di pagare, (non solo in senso venale), un tributo a critici tanto facili che nei loro computer mescolano paroloni già inseriti.
C’è ancora un’altra cosa da dire: si ha paura di parlare di se stessi. Perché? Parlare della mia esperienza di ceramista significa principalmente parlare di me stesso, del mio vivere e “mal di vivere”. Quel “mal di vivere” montaliano che diventa positivo poiché è fonte e trampolino per acuire sensibilità, talmente tanta che poi cadi nell’”ozio”, (l’ozio dell’artista), che non è altro che un momento di introspezione dove si immagazzinano e fotografano idee, immagini, sensazioni che poi sfoceranno in un Qualcosa. Un mio amico, (ringraziandomi del mio libro che gli ho mandato), giustamente così diceva “…lo scrivere per me è come una sorta di “atto d’amore”. Lo scrivere per esprimere se stessi, le proprie scoperte o anche i propri limiti è vano se non è comunicato.
Mediante frammenti presi dai miei quaderni, ho voluto ricostruire un specifico “taccuino ” venendo così a tessere una cronistoria. Costruiti alla rinfusa come flash di ricordi che vanno e vengono come se fosse un almanacco o lunario nel quale segnare le variazioni meteorologiche.
Sono riportati tali e quali con le sbavature linguistiche dialettali e non, quasi a rispettare quei momenti che per me erano magici.
Entrare nel mio laboratorio è come cadere in un girone caotico di infiniti oggetti raccolti ed esposti alla rinfusa: coacervo di vasi e vasetti, maioliche e porcellane, gli immancabili “coccetti”, una pianta grassa, un boccale frammentato del ‘400,vetri spezzati e frammenti di murrine dall’isola di Torcello, gusci di lumache, una creta da cuocere ed una brutta prova-colore su un coccio rotto, sabbie e terrete, ferri arrugginiti e mirette, un frammento di geroglifico egiziano, ancora crete, un vecchio libro ed un nuovo schizzo, ….coacervo e antro di Vulcano….officina perenne.
Così proprio come te, lettore, entrerai ora in questo disordinato taccuino…all’uscita forse avrai trattenuto qualcosa.

 

Sono nato l’ 11 dicembre 1953 nella “Colombera” di S. Alessandro presso Riva del Garda. Questa “colombera” è in realtà una vetusta torre campestre con funzione di piccionaia: nella mia infanzia la vedovo altissima e protetta sul fronte sud, dalla rigogliosa e altrettanto immensa berlera, (celtis australis), la cui chioma era uno splendido condominio per tordi e passeri. L’alta struttura della colombera con le sue malte biancastre mi faceva pensare ad un’orientale “turris eburnea” delle giaculatorie mariane; era in ogni modo una costruzione misteriosa. Era disabitata e non ospitava più i piccioni i cui nidi erano invece sfruttati dai vari uccelli campestri primi fra tutti i passeri: ve n’era uno albino che ho visto volare e che mi teneva occupato ore ed ore per individuarlo fra lo stormo in quel continuo andarivieni dalla vetta della torre verso l’aperta campagna. Quella “colombera” è stata la mia città, il mio castello, il mio luogo di studio ed ispirazione. Ogni giorno vi trovavo qualche particolare nuovo a stimolare la mia fantasia: i fori trilobati dei nidi, il camino alla veneziana con la banderuola di latta sulla cuspide, la mensolatura sulla quale sostavano i piccioni decorata da una serie di nicchie che ospitavano delle decorazioni ad affresco; ogni nicchia un frutto, ogni altro giorno ne individuavo uno di nuovi: la pesca, il melone,l’uva, ….
Mio padre era contadino e giardiniere. Mi sarebbe piaciuto che lui avesse piantato un albero alla mia nascita, ma non l’ha fatto. Mi ha però trasmesso tant’altre cose ed insegnato a conoscere e distinguere alberi ed erbe, fiori e frutti, l’aria da temporale ed i nomi dei venti. Mia madre era sarta-modista, e tanto m’intrigavano i suoi disegni che, con quegli strani gessi pastellosi da sarto, ella tracciava sulle carte veline i cui piccoli ritagli erano preziose lavagne sulle quali mi dilettavo a disegnare. E ancora più belle erano le stoffe che utilizzava, una meravigliosa galleria di fantasie e colori ispirazione per la mia misera tavolozza fatta di 12 colori a pastello della “Giotto”.
Mi facevano compagnia i miei cinque fratelli, tre maschi e due femmine; io sono il quarto.
Non ho frequentato la scuola materna, perché allora costava ed il babbo mi preferiva in compagnia sua durante i lavori nel vivaio. Avevo sentito che alla scuola materna si esercitavano in tante attività creative; mi ricordo di un pesco fiorito pasqualino che la mia cugina aveva portato a casa: un semplice rametto con incollato sopra dei pallini rosa messo su un cartoncino. Quei rametti gli avevo raccolti io dalle potature della pianta che sapevo riconoscere: erano le infiorescenze seccate della Lagerstroemia indica la cui struttura pluriramificata dava la giusta idea di un piccolo albero. Un giorno chiesi a mio padre: ” Perché io non vado alla scuola materna come gli altri bambini?”. “Vedi – rispose il babbo- io sono qui a lavorare nel vivaio spesso da solo, i tuoi fratelli maggiori sono a scuola. Oltre a qualche piccolo aiuto che tu mi puoi dare, mi fai soprattutto compagnia e se dovesse succedermi qualche incidente, io sarei qui solo…”. Era come una domanda e rimase a braccia aperte guardandomi nell’attesa di una risposta che non mancò: “Ma papà, non vedi che sto scherzando?!?” E venne il tempo della scuola d’obbligo, un vero e proprio “obbligo” che a malincuore andavo ad assolvere poiché la mia “scuola” era la vita intorno alla colombera, il vivaio del babbo e tutto ciò che conteneva. Durante le elementari sono stato bocciato due volte e costantemente richiamato allo studio ed al presentarmi a scuola con le mani pulite. La mamma ben badava che mi presentassi in ordine e da brava sarta con le giacche degli zii rivoltate ci confezionava bellissimi abitini, ma le mie mani erano sempre sporche!! E sì perché durante il tragitto per andare a scuola, io peregrinavo ancora per le campagne e mi perdevo in mille giochi lungo il sentiero che dovevo attraversare; lì su quel sentiero mi perdevo e lungo il tratto che era costeggiato da un alto muro di una “cesura”, mi fermavo a controllare ogni forma di colore e vita. Lo stupore s’ingrandiva quando scoprivo che in una fessura del muro aveva nidificato il codirosso: lo vedevo andare avanti e indietro a preparare il nido e ben presto iniziava la conta a ritroso prima della schiusa delle uova deposte nel muro: segnavo le giornate con un graffio sulla tenera pietra arenaria. Lo zio Silvio, che era un cacciatore e che teneva gli uccelli da richiamo, mi aveva informato quanti giorni durava la covata. Quella era una scuola! E quando ero in classe il mio sguardo fisico e mentale era oltre quelle grandi finestre attraverso le quali si vedeva la modesta facciata della chiesetta di S. Alessandro, le campagne e le falde del monte Brione, più oltre il lago, ancora l’imponente M. Baldo, più oltre ancora….viaggiava la fantasia come in un vero racconto gouliveriano. La materia che amavo di più era il disegno, la geografia e la storia mentre aspettavo con ansia l’ora di applicazioni tecniche dove si lavorava con i più grandi e lì ho incontrato la creta. Si andava a raccoglierla nella zona del “Cretaccio” sulle prime falde a nord-est del M. Brione, e la si lavorava direttamente sul pavimento di graniglia del corridoio: finalmente, anche a scuola, ero autorizzato a sporcarmi le mani con la terra!! Una parola magica come magica era la possibilità di poter dalla massa creare forme e insufflarvi la mia fantasia, dare vita al nulla. Purtroppo non esiste nulla di quel periodo, il maestro ci aveva promesso che portava a cuocere i pezzi nella fornace Carloni, ma non fu così. Ricordo di aver visto girare fra le mie mani un portale in bassorilievo ed un vescovo panciuto a tutto tondo, stilizzato come un alta colonna coperta dal capello a larghe tese.

“Per me la natura è tutto nella vita dell’uomo. La persona che lascia questo magnifico creato senza capirlo è come se non fosse vissuta. ... “ (da “le mie passeggiate”, 25.11.71).

opera: albero trcnica raku craquelure

Poi è stata la volta delle scuole medie. In collegio dai Padri Giuseppini del S. Murialdo. C’era un barlume di vocazione sacerdotale e senz’altro più possibilità di studiare. Sono uscito dalla terza media con un “sufficiente” e con l’astio alla scuola e ai preti. L’unico insegnante laico era il prof. di disegno ed era per me un’ora di “liberazione” specie quando si andava a disegnare all’aperto. Ci fu una di queste lezione “en plein aire” interrotta credo dal classico acquazzone; rientrati in classe in due minuti ho buttato giù sul foglio una pianta di vite che avevo mentalmente fotografato poc’anzi all’aperto, utilizzando i resti di colore che mi erano rimasti sulla tavolozza perché non andassero sprecati. E’ passato il prof. tra i banchi ha visto quel disegno, me l’ha quasi sequestrato, è andato alla cattedra ci ha posto un bel 9 e lo mostrò alla classe lodandolo.
Io avevo seguito il mio solo istinto ed ero meravigliato di me stesso. A quell’epoca, fra i 150 ragazzi del collegio, cercavo i più grandi o me ne stavo solo nel giardino, ad imparare la musica o in sacrestia a riordinare paramenti ed oggetti sacri.
Di certo il mio interesse allo studio era aumentato se non altro per il senso di responsabilità, ma la Natura naturans era il mio stimolo per vivere. Malvolentieri sopportavo l’inquadramento dentro l’organizzazione di un collegio e spesso fuggivo: all’insaputa dei miei superiori m’allontanavo per perdermi nella Natura.

“ E andando a passeggio lungo il ruscello dietro ad Orzano, mi veniva la voglia di berla tutta quell’acqua che scorreva; quasi ci cadevo dentro. Non saprei spiegarmi con quali vocaboli, le forme che aveva il fiumiciattolo; andava in buche e canali scavati nella roccia formando cascate meravigliose.” ( dai quaderni, Civezzano 16.4.67).
“ Oggi ... la Natura mi ha meravigliato! Nel pomeriggio quando sono andato dietro l’istituto ad annaffiare le margherite ho ritrovato un po’ di pace lontano dai miei amici: La solitudine era profondamente montana, tale che ho udito il cuculo cantare e sentivo l’acqua del ruscelletto accanto scorrere argentina; e gli uccelletti cantavano e rallegravano il mio animo e corpo assieme... . (dai quaderni, Civezzano 13.5.67).
“ I versi che seguono mi sono stati dettati dalla solitudine presso il ruscello di S. Agnese, seduto su un masso di granito.
Nel volo da’ un ruscello
Nel fiore più bello
Nello scroscio del ruscello
Sai cosa ho trovato?
Sì, il Signore
Sì, il Signore
(dai quaderni, Civezzano - 17.4.69 ).
Opera. Disegno della vite.

Finite le medie sono rientrato ben volentieri in famiglia, nel vivaio sul Garda, con i fratelli e per rimanere libero da impegni o legami, ho rinunciato a proseguire negli studi per stare accanto a mio padre lavorando come giardiniere. Ma ben presto fui invece chiamato ad un altro lavoro per integrare l’introito familiare che era scarso per le nuove esigenze della neonata azienda che stava sempre più allargandosi. Cercavano un “apprendista” presso una ditta d’impianti telefonici ed io ero l’unico fra i fratelli ad essere idoneo perché avevo giusto 16 anni. E’ iniziato per me un periodo buio di quattro anni dove preferisco ricordare soltanto il godere di quando ero mandato in trasferta: compensavo la fatica di un lavoro portato avanti senza alcuna passione consolandomi con l’opportunità che avevo dipoter visitare tante altre località del Trentino. Ho ’approfittavo di queste trasferte per studiarne la storia e visitando i luoghi d’arte o naturalistici. Mi accompagnavo sempre dai libri che leggevo nelle pause di riposo mentre i miei colleghi giocavano a carte. Per quanto riguarda gli impianti telefonici, credo di avere dimenticato tutto il giorno dopo essermi licenziato per rientrare in azienda con i miei familiari. Lì ci sono rimasto fino a 25 anni. Gli anni di un’adolescenza un po’ triste e di certo dura che mi ero trascinato anche dopo la formale “maturità” dei vent’anni. Un periodo che lo paragonerei ad un vulcano apparentemente spento ma il cui “endo” ( =dentro, come spesso nomino nei miei quaderni), era in realtà una fucina magmatica, e proprio come una brace a contatto del corpo, molto mi ha fatto soffrire. Ma anche maturare. Un periodo molto difficile preso in una continua lotta alla ricerca della Verità, di una fede che non fosse quella tradizionalista. Aspettavo la domenica per dedicarmi a me stesso e spesso fuggivo leopardianamente i contatti con la società per ritirarmi in solitarie passeggiate sullo storico monte Brione, le zone montane limitrofe o sulle rive del lago.

“... sto camminando sopra il “muro delle due facce”: è un muro laterale alla strada che immette sul monte Brione, qui in Seperiana, alla prime balze del monte. E’ il muro che percorro tutte le volte salendo per le mie passeggiate-escursioni. Percorro questo muro perché divide il mondo mondano che c’è sotto nella valle o “busa” da questa pace linda e naturalisticamente sincera. L’ho percorso fino all’ultimo sasso ed ora mi trovo qui nel mio Paradiso. Irti sentieri erbosi e ancor secchi, sotto trionfanti piante d’ulivi che biancheggiano silenziosi, calmi, perenni come esperti uomini... Ho salito a brevi passi le rocce grigiastre macchiate di muschi, rocce che dove sono scrostate mostrano i secolari fossili... Piano, piano salgo e gli ulivi aumentano di numero. Gli uccelli cantano le loro prime primavere: la Natura pare sia penetrata tra il mio costato, dentro il mio corpo che si è sciolto con Essa. Le strane forme dei tronchi degli ulivi mi ricordano tristezza, fatica, dolore...e mi dicono: “Tu uomo mi capisci, ma c’è chi mi vuole distruggere” E li sento piangere lì di fronte a me, tutti quei nodi mi confidano il loro atroce dolore e li compatisco; e infine dico loro con voce sommessa :”Grazie del vostro prelibato estratto, l’olio, pure io vi sfrutto ma vi dico Grazie, grazie ulivi, grazie instancabili ulivi”. Mi son seduto; or la vedo un ulivo bruciato: i rami ha secchi, il tronco nudo della corteccia, ancora s’ode un lamento amaro, il vento gioca fra le sterili fronde, Maledetto sia l’uomo chi ti ha bruciato, non doveva neppure darti vita nè curarti... che finisca i suoi felici giorni costui. Ho raccolto tra i sassi una piccola violetta, l’ho messa tra le labbra, ho abbassato gli occhi e le ho detto:” Ti porto al lago, ti getterò in quella tela blu”.Passo tra folti pini austriaca, tra snelli e schietti cipressi tra ancor verdi ginepri. Le cinciallegre all’udir i miei passi sulle foglie e sterpi secchi si richiamano l’un l’altra e volano via.... Le piante del biancospino hanno pronte le gemme e gli elici verdeggiano cupamente risaltando fra tutte le altre piante spoglie. E scendo verso il lago che mormora silenziosamente qualche cosa che è grande che è più grande di me, immenso. Ancora snelli cipressi neri che ondeggiano le loro cime bronzee perché il freddo le ha così colorate. Mi son fermato ad osservare qui dall’alto quest’immensa distesa di acque che mi dice “ ascoltami”, ma non capisco tutte queste cose più sublimi di me. Ho staccato piano piano una pigna di cipresso da un ramo e gli ho detto: “ Ti porto al lago”. Mi son chinato ed ho preso una violetta, due.. tre, tante. Son disceso a brevi sbalzi tre o quattro gradini mi son seduto ed ho osservato ed ascoltato il silenzio. E raccolto una pigna gli ho detto: ” Ti porto al lago. E ci vado pure io e vieni con me su corriamo...via!!!” Ecco il lago, ondeggia piano piano molto uniforme nel complesso, ma qui sotto di me giungono brevi onde lente. Pare che queste piccole gobbe si divertano a farsi cullare fino a giungere qua a battere dolcemente su queste rocce lisce di forme perlopiù tonde. Sto qui su un masso molto largo cosparso di fossili che sporge sul lago. La barca gialla che sta ferma nel mezzo del lago punteggiato di altre barche a vela, ha lanciato un richiamo con la sirena ripetutamente: e tutte son partite veloci verso il porto di Riva. Il cielo e nuvoloso e l’aria un po’ fredda. Le onde ora sbattono con più forza le loro gobbe sulle pietre intaccate da alghe che ad ogni onda alta vengono scomposte e poi quando l’onda se ne va restano là ben lisciate sulla pietra. Ma presto ne sopraggiunge un’altra e la liscia pettinatura si scompone per poi ricomporsi. Ho gettato le violette al lago che presto le ghermisce e le riscaglia sulla rocce. Ho gettato pure le due pigne fuori lontano. E vedo solo quella del pino austriaca che è ferma come una boa e le onde passano sotto di lei che par ferma. Le creste delle onde spumeggiano e si muovono sempre più fortemente tanto da farmi saltar l’acqua in faccia; e salgo nel piccolo parco di capo San Nicolò. Faccio quattro salti lungo le bianche panchine sotto i verdi ombrelli dei pini marittimi, corro giù per i gradini ed accarezzo le fronde dei cedri deodara. Prendo la mia bacchetta di canna di bambù e gioco con l’acqua limpida. Il vento ora soffia forte e freddo e torno a casa contento di questo pomeriggio e riprendo le mie preoccupazioni lasciando cadere qui su queste marne ove siedo una goccia del lago dalle e mie dita bagnate. Nel ritornare a casa c’era un “grazie” per me da parte della Natura” (dai quaderni, Monte Brione - 14.3.72).


“... ore cinque del mattino, infreddolito sto affacciato alla finestra della mia camera. E’ ormai giorno completo. Ammiro il cielo che è di color grigio argenteo-azzurrognolo. Ma la dietro il monte Brione, ad oriente, il sole manda già i suoi raggi ed i contorni del colle risaltano nitidi quasi sobbalzano negli’occhi. C’è stato temporale questa notte e l’aria è di una trasparenza smeraldina. La brezza porta solo freschi odori di prati e di terra bagnata. Molteplici uccelli cantano già gaiamente svegli. Un gallo, là in Brione, si sta sgolando impazientito dalla lunga attesa per l’alba del comodo Febo. Ad ovest il cielo ha assunto una lucentezza adamantina. Il sole ha già iniziato a gettare i suoi raggi sulle guglie dei monti Pichea e Tombio. Le svariate sporgenti rocce compongono lunghe e strane zone d’ombra. Le pareti bagnate che ricevono il sole luccicano argentee e rosee. Non si vede una persona. Tutte le case e cose attorno dormono; gli uccelletti continuano il loro concerto mattutino a Dio. Oggi è l’Ascensione di Gesù al Padre. Potessi anch’io salire a Lui solo un minuto inosservato a dirgli: “Perdono sono un misero peccatore, però da umile peccatore in questa placida e luminosa mattinata Ti ho visto nel cielo, nei campi e fra i monti .Sei grande e buono, insegnami ad amare”. (dai quaderni, Brione - 2.5.72).

Questo periodo di ricerca interiore era correlato da continue letture, studi e viaggi che portavo avanti quale autodidatta e col tempo maturò l’idea di frequentare qualche scuola. Ma sentivo forte il dovere di non pesare sull’economia famigliare e decisi quindi di conseguire la maturità magistrale privatamente. Mi bastarono alcuni amici professori a riordinare le mie conoscenze e presentarmi per la idoneità: quattro anni in due con esame finale: promosso con 42/60 che poteva diventare di più se avessi dimostrato più interesse alle materie scientifiche. Ho alternato per alcuni anni l’insegnamento presso le elementari al lavoro di giardiniere. Ho seguito un corso di teologia in seguito al quale ho insegnato religione presso la scuola alberghiera. Poi la decisione che era da tempo il desiderio nel cassetto: iscrivermi all’Accademia Belle Arti. Ho iniziato dapprima c/o l’Accademia “Lorenzo da Viterbo” con sede al monumentale ex seminario della Quercia, splendida struttura rinascimentale con chiostro bramantesco. E’ stato un periodo di totale immersione nello studio, finalmente a tempo pieno!, e nel mondo della splendida campagna laziale, con continue escursioni e visite nella città eterna, nelle tombe etrusche, nelle chiese romaniche, Bagnaia, Civitacastellana la “città che muore”, Ferento, Tuscania, …e la campagna col suo macro-microcosmo che tanto era oggetto di studio nelle mie passeggiate.

“Che momento strano che vivo. Anche perché il tramonto che ho seguito nelle fasi di spegnimento mi ha suggestionato, sì, molto. Quei colori che sembravano gli stessi dei tramonti delle mie montagne che spesso disegno sulle mie quadretti mignon. Il freddo un po pungente che trasmetteva il davanzale della finestra ed i vetri ai quali ero appiccicato. Io che godevo del tè al gelsomino centellinandolo nei sorsi, gustandolo nella pastosità quale fosse un budino. Ma era tutto quel momento di “giorno morente” quello sprazzo di luce giallo-rosa-violetto fra le nebbie basse giù nella campagna verso il Bulicame e la coltre grigio pesante su nel cielo. Pareva solo per il sole quello spazio longilineo, strombo di luce. Io in uno strombo di vita. Se mi piaceva quel momento e da quel momento mi son sentito solo. Perché? Perché io non mi trovavo più a percorrere i luoghi comuni ben levigati, ma dentro un’altra dimensione fatta di altri colori, di altre luci retta dal mio cuore, dai sentimenti dell’amore che va e che viene, diretti verso quella che chiamo “mente bellissima” che mi pensa e mi lancia nell’orbita dell’oblio della realtà. Prima ho salito le scale dentro questo gioco telepatico. Quand’ero in cima non sapevo e ricordavo di averle percorse, avevo fatto un lungo viaggio …ora dovrei studiare. Ma ho dei volti di fronte a me che …Pensavo che se nella vita non si fosse innamorati, tutto diverrebbe vuoto.” La Quercia 4 febbraio ’80.

“11 marzo 80. In quel della Quercia ad ore 23.39.Il pianeta sole sta dove non me ne frega. Io sul mio letto di coperte fatte di terra di Siena, sotto un tavolaccio che mi pianura tutto e le mie vertebre della schiena incastrate l’una nell’altra odono dolore come parola d’ordine per legarsi insieme. Vedo una piazza tagliata da una strada, il tutto dominato da un campanile che mi ricorda il rifugio dei piccioni che invidio per i loro voli; su questa strada sfreccia rossa una piccola macchina con un volto amico. Ma non so se mi è ancora amico. Intanto al caffè un altro volto che ho desiderato, m’attendeva nella mischia e mi salutava. ..Ma staaalatttiti e stttallllaggmmiti coprono e incrostano il mio cuore. Da notti sogno acqua acqua. Ketty affogava in un fiume limaccioso proprio tra i vortici che vengono a crearsi presso una gobba del fiume; io la guardo andare sott’acqua e poi ritornare su. Non potevo soccorrerla! Dovevo custodire la mia vetrina blu zeppa di calici tintinnanti che bisticciavano tra loro. Quella era la mia vita-occupazione. Quindi mi vedo mentre restauro una torre che sta sul ciglio di uno strapiombo: a valle tira vento e nebbia di freddo, a monte una foresta di luce e colore. Mentre lavoro escono dagli alberi degli indigeni e subito colpiscono con delle lunghe frecce marron munite di rossa selce, il mio compagno che nel tentativo di chiudere la porta ne è colpito da altre due. Nel ventre. Io chiudo la porta, strappo le frecce dal ventre dell’amico, una per una, e aprendo la porta permetto che entrino questi indigeni uno per uno e li trafiggo alle spalle. Era una lotta velocissima e che facevo come per gioco senza paura; era la pioggia a chiudere quella visione. Molti oggi mi hanno detto che ho del patito, del deluso; non so più fingere, non me ne frega di chi mi guarda, io cammino con me stesso; i miei zoccoli, barche scassate con vele di foglia, mi portano in viaggi che io solo conosco di verità. La civetta questa sera saluta la mia passeggiata da sopra il susino contorto con urli da innamorata. Io con le natiche affondate tra le zolle smosse della terra adoravo ed amavo il susino provato. Nella notte io vago con lui fra le nubi dell’Ade. IO sento le sue confessioni di stagioni… Tu, o susino, mi conosci.”
Opera: disegno-schizzo del susino contorto

Dopo l’intenso anno accademico a Viterbo mi sono trasferito per quattro anni a Firenze dove ho conseguito l’altro diploma di Restauro Ceramica. L’ambiente artistico era il pane quotidiano e non mi sembrava vero il potermi dedicare a tempo pieno. Le conoscenze non erano solo nozionistiche ma anche lezioni di vita nel continuo rapportarsi con città, paesaggi nuovi, nuove culture e nuove amicizie e mi sceglievo soprattutto quelle straniere allo scopo di assecondare la mia insaziabile sete di conoscenza. Al secondo anno di scenografia il mio docente nel bel mezzo delle lezioni si fermò e chiese a tutti un compito scritto. Ci fu un mormorio in aula! ..ma chi aveva voglia di fare un tema???.... io invece trovai molto saggia la sua domanda: “che cosa significa fare per te scenografia?”.

“CHE COSA SIGNIFICA PER TE FARE SCENOGRAFIA
Al corso di scenografia del prof. Nonnis – Firenze 11/12 novembre 1981.
Non vorrei cadere troppo nel filosofico, ma è insostenibile l’affermare che cos’è per me la scenografia se prima o contemporaneamente non dico “perché faccio scenografia” o in generale mi occupo di arte. Non a torto G. Pavese giustificava il suo “far letteratura” come una “difesa contro le offese della vita” senza voler intendere con queste “offese“ che la vita è assillata solamente da problemi, dilemmi o preoccupazioni; essa si articola in ben altre molteplici svariate sfaccettature. Ma per far fronte alle offese della vita, come per dare il significato a qualsiasi momento e cosa, fare dell’arte è per me una dimensione-strumento per aiutare questo genere di cammino. Pavese lo ha fatto con la letteratura, che in definitiva è una forma artistica della parola, io ci provo con l’arte della scenografia….In un mio recente incontro con C. Zanussi, l’ho sentito affermare “… e quando i supermercati (intendo dire il benessere, l’apatia, la pigrizia e l’ottusità dentro la qual è gettato l’uomo che verrà così a trovarsi svogliato nel cogliere il valore della “gratuito”), ..supermercati sono vuoti, c’è sempre l’arte a riempirli”. Zanussi ancora ricordava “la nostalgia”, (meglio in tedesco die Sehnsucht), intesa come fame dello Spirito; la scontentezza della realtà che nasce dal confrontarla con gli ideali o più esattamente questo dislivello fra realtà e idealità, produce attività, movimento, arte. Chiaramente poi uno cerca di esprimersi con i mezzi e le possibilità che gli sono permesse, ma è chiaro che da questo disagio, fra mondo idealizzato e cruda realtà, nasce il desiderio di “fare”, di lavorare di creare. Almeno questo pare a me. Da più di un anno sono in una crisi dove ricerco, valuto ogni mia e altrui esperienza artistica, proprio per trovare il mio modo di esprimermi: è un tentativo-verifica che si esprime nel lavoro artistico stesso, è un cammino. Mi ricordo il dilemma che mi occupò proverbiali giorni e notti quando tre anni fa, avendo deciso di iscrivermi all’Accademia, dovevo scegliere fra il corso di Pittura e Scultura; mi sembrava sterile o perlomeno incompleto seguire questa o quest’altra: decisi per Scenografia perché riassumeva, usava e amalgamava l’una e l’altra arte. Inoltre essa assecondava la mia passione per il teatro che mi aveva occupato fin dall’infanzia quando costringevo i miei amici di gioco ad allestire nel cortile di casa farse, spettacolini e balletti. L’infantile fantasia era tale da supplire alle mancanze nozionistiche teatrali e bastava il grande arco del fienile celato da lunghi teli di jutta per delimitare lo spazio scenico, vecchi vestiti, carabattole da nulla, copioni inventati di sana pianta al momento, qualche maschera…e quanto divertimento. Per me il preparare queste “scenette“ era un divertimento in un’agitazione altissima, era arte. Inconsciamente già da allora capivo che il teatro permette di liberare l’uomo, concede il poter dichiarare delle verità sull’uomo. Ancor ora il teatro è per me non solo lo spazio scenico materiale vero e proprio benché illusorio, ma il luogo ideale dove si può “mettere in scena” quello che spesso il perbenismo, l’ufficialità non ci lascia dire. In altre parole il teatro ci permette di dirci quello che non abbiamo il coraggio di dire .Sakespeare, e non solo lui, è un genio in questo senso perché approfondisce questo aspetto con lo splendido marchingegno del “teatro dentro il teatro”. Quindi la Scenografia è l’arte ragionata per eccellenza perché non ha solo una funzione descrittiva, ma essendo accompagnata da un testo-parola è ulteriore approfondimento dei più svariati concetti o temi. Non per niente ultimamente svariati pittori e scultori non operano solamente nel loro campo, ma seguono anche la figurazione moderna dell’artista “engagé”e si sono occupati anche di teatro o performance. Siccome amo l’uomo e studiarlo, amo di riflesso la Scenografia perché mi permette di andare dentro il nocciolo del suo travaglio, della sua esistenza. In pratica o tecnicamente questo spirito di ricerca “piegherà, modellerà e interpreterà” la materia e la sottometterà allo scopo di esprimere il più verosimilmente l’intento. Modestamente, capisco che il mio è un tentativo che asseconda ancora embrionalmente questa ricerca. Ma se questo tentativo non ha nessuna pretesa di un successo né di un non so quale riconoscimento artistico, ha però la richiesta di essere rispettato. Se è un mio modo di esprimermi, è una sfaccettatura del mio viverre.”

“…e mentre impacciato con le mani sporche della legna che si era accatastata, quasi nel silenzio ci dicevamo tanti e grandiose cose. Parlavo con te Barbara, dolce airone, ed ho voluto lasciarti con questa domanda o meglio con la tua risposta. La mia domanda era: non hai un punto di riferimento di cui servirti per dare un giudizio sopra le cose? E tu rispondevi –quello che tu vuoi è la verità, la ricerca è la tua vita. Anch’io come quella donna, dovrei ripetere dentro di me per furore le inutili preoccupazioni, “sono eterno”.(dai miei quaderni – Sirondole nel Chianti 6 dicembre 1981)


SCORDARS
SCORD ARS
SCORDARSI di vivere
SCOSTARSI da ogni legame
SPOSTARSI
SPOSTARE gli interessi (far sparire desideri ?) SPARIRE. SPAZIARE per morire.
27 marzo 1981. Colline chiantigiane. bus per Firenze.

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“Ciao mamma. Sono felice di scriverti; è commovente per me, che giacché ad attività epistolare sono prolifero, scrivere proprio a te che sei la persona da dove vengo, che mi hai tessuto, amato e mi ami ancora. Perché ti scrivo? Anzitutto perché lo sento, perché dentro di me, a differenza di quello che forse tu pensi, io ti sono vicino, sono sempre attaccato te con quel ombelico che da 20 anni ormai si è spezzato fisicamente, ma grazie a Dio, nell’animo ancora mi unisce a te e tu a me. In secondo luogo perché voglio tranquillizzarti. Ti ho visto assai pensierosa per me ed anche se io non l’ho voluto mostrare, lo ero anch’io. Cosa mi succede? Se lo sapessi con chiarezza te lo direi, credo sei l’unica persona che sento vicino a me insieme a qualche amico… .Sta di fatto che mi trovo nel dilemma di staccarmi o no dalla famiglia. Io voglio avere la mia vita; ho una personalità che richiede i suoi momenti di silenzio, di tranquillità ed isolamento. Quindi voglio essere libero da ogni legame, da ogni forma o schema. Ciò non vuole dire che io abbia a vivere nell’INSENSO ( = non senso, è una parola che abbiamo cognato Ezio ed io nelle nostre eterne discussioni).Sono sempre alla ricerca. Anche se non vado a messa, prego ancora. Molto utile è stato un libro che mi ha regalato Luca e che parla dell’esperienza di uno”strani” ( pellegrino cristiano russo), che potrei riassumere in queste parole: aspirate ai doni migliori. Non estinguete lo spirito che è in voi. Tanto forte è stata la tua educazione in questo senso, che non è possibile impoverirmi di spirito. Questo libro, unitamente ai tuoi richiami sempre precisi e pesati, mi hanno portato a riprendere la recita del S. Rosario. Prima era nella scatola delle carabattole, ora è sul mio letto e dentro le mie tasche. E prego anche per te. Non hanno più importanza per me le forme liturgiche e cerimoniose della Chiesa, ma di certo è di massima importanza per me un modo di vivere che sia adeguato all’uomo nella sua interezza corpo e spirito. Sento con forza anche la sensualità ed ogni cosa mi piace, la gusto; ma non è mai fine a se stessa è sempre pesata, scandagliata dalla ricerca spirituale. Per me è sufficiente questo. E quando sto male è perché non vivo gli avvenimenti ed i fatti che mi succedono con questo spirito, non di certo perché mi manca una Messa. Quindi mettiti il cuore in pace …perché sempre vive in me la ricerca dello Spirito e del senso della vita. Questa vita che, ti dirò con tutta sincerità, non voglio vivere dentro le mode dello sposarsi, trovare un lavoro stabile, guadagnare, arricchire e stabilizzarsi, ma dentro un programma che è la vita stessa e che mi dirà di prendere quello che verrà, quello che devo fare. Non ho paura perché tu e papà mi avete dato il senso del dovere, del rispetto altrui, del lavoro e non mi è difficile niente, anche se so che non tutto è rose e viole. Che farò quest’estate, che farò l’anno prossimo? Non lo so e lo deciderò. E deciderò di scegliere pensando a quello che mi darà di più, o quello che sarà conforme al mio stile di vita. Ciò non vuol dire che rifiuterò i miei genitori e famiglia, non vuol dire che farò il lazzarone, perché come ripeto sono sufficientemente “grande” ed educato, per l’appunto da voi, che so discernere il male dal bene. Credimi tendo sempre al bene, anzi al nobile. Sono come la tua zia o come nonno Domenico: vivere la dignità di una vita, con le cose più piccole e semplici ma possedute “a modo” affinché grande essa sia. Se consideri che mi sto perdendo, che mi allontano da voi, ti sbagli. Forte è ancora il legame con voi, ma c’è che non è l’unico. Voi amate V. Brione, la “busa”; io amo V. Brione, la “busa”, Viterbo, Firenze il Chianti,… voi aspirate ad un lavoro sempre più organizzato, ad un vivaio sempre più bello e ciò mi fa piacere. Io amo un lavoro che sia subordinato alla mia ricerca( anche e specie artistica)sulla vita, su questo mondo. E non aver paura che io mi faccia prendere da questo mondo, ….Comunque, mutty, ne riparleremo quando torno a casa, troveremo tempo, come nel sogno di questa notte, di stare insieme. Intanto ricevi un mio forte abbraccio guido (C’è ancora una cosa, mutty; conosco la tua predilezione per me, ma so anche che è misurata. In ogni modo tu devi essere forte e non cedere mai costi l’essere molto duro con me).” “ Greve in Chianti. 24 marzo ’81

“Che estate! Una corsa, dove voglio prendere tutto e non lasciare niente di non vissuto. Ed eccomi qui stanco, ( nella mia baita-mansarda in solaio). E’ solo una stanchezza fisica. Ma c’è anche una melensa voglia di niente; quel (voler) credere che non serve a niente voler far questo o quello. No apatia, no disinteresse. Solamente un po’ di turbamento. Debolezza?. Senz’altro. … In questi giorni sento straordinariamente la mancanza di affetto o di attenzione. Lo so perché è nato in me questo desiderio ch’è vero. Vedo che tutti si fanno l’amica o l’amico, tutti hanno qualcuno con cui stare insieme. Io nessuno, o perlomeno è lontano nello spazio e nel tempo. Ieri mi sono emozionato quando mamma si è seduta sulle mie ginocchia e mi ha chiesto: “Cos’hai da dirmi?”…………………
QUANTO TI PORTEREI
SULLE MIE GINOCCHIA,
Oh MAMMA,
QUANTE COSE AVREI DA DIRTI,
Oh CARA.
MA IO SONO IO
E SONO UN ALTRO.
NON DIVERSO, MA SOLAMENTE UN ALTRO.
( dai miei quaderni, 1 agosto 1978)

Nei giugno ’84 finalmente sono giunto al traguardo: diplomato all’Accademia con 30 e lode! La mia gioia fu subito interrotta dalla morte del babbo che mi riportò in famiglia per riprendere il lavoro di giardiniere alternando l’insegnamento nelle scuole medie e superiori. Ma in me era sentita l’esigenza di crearmi uno spazio fisico e vitale allo scopo di continuare la mia ricerca artistica. E venne l’occasione di acquistarmi un rudere anzi, più precisamente, una “colombera” proprio come dove ero nato: la torre detta “Bevilacqua” sita a Pastoedo in Ville del Monte nella splendida conca tennese affacciata sul Garda. Qui venni a risiedere nell’estate ’88 aprendo una ditta di restauro affreschi e ceramiche ed organizzandomi anche un laboratorio e l’amato orto- giardino.
Nel frattempo continuavo lo studio e la ricerca accettando lavori vicino al mondo dell’arte. E fu la volta della collaborazione colla Sovrintendenza Archeologica per la quale condussi scavi archeologici venendo così a contatto, attraverso i reperti, con un mondo artistico-artigianale intriso di mistero. E fu la volta di una casuale collaborazione con il restauro affreschi che mi portò ad indirizzarmi verso quest’attività. Per circa dieci anni ho lavorato in collaborazione con lo studio trentino della dott.ssa Christine Mathà, nei più svariati cantieri. Ero attirato da quella materia: gli intonaci, le patine,le sinopie. i disegni, i colori, l’attenta ricerca per il loro recupero conservativo. Ho lavorato ai semplici capitelli, ( o edicole), entro chiese e castelli a cicli di affreschi dei Baschenis, del D. Dossi presso il Castello del Buon Consiglio di Trento. Per un progetto finanziato dalla CEE, ho lavorato per più anni al recupero di un folto nucleo di affreschi popolari nella zona Del Vanoi ed a Cloz nella Val di Non e per i quali ho curato la pubblicazione di una catalogo. L’operare con intonaci e pigmenti di altri tempi e il studiarne le antiche patine è stata per me una lezione dove ho affinato attenzione, sensibilità e manualità, tutti elementi indispensabili per approdare alla mia ricerca artistica nel campo ceramico.
Già ai tempi dell’Accademia a Firenze, parallelamente al corso di Restauro Ceramica mi ero interessato alla lavorazione della creta. Ho seguito dei corsi e approfondito gli studi visitando laboratori e fornaci nelle terre senesi, ad Impruneta, dentro i musei di Siena, Orvieto, Cafaggiolo, Montelupo, Faenza, … C’era in quell’arte ceramica un mistero quasi alchemico dato dalla trasformazione degli elementi terrosi che, attraverso la prova del fuoco, prendevano forma, forza, colore. Ricordo che fin dall’infanzia, dentro la terra che lavoravo, ritrovavo cocci e coccetti con le tracce vive e luccicanti di colore. Con gran dispetto di mia madre, mi riempivo le tasche di questi piccoli tesori e li portavo a casa raccogliendoli in scatole che tenevo sotto il letto e che spesso rivisitavo studiandoci sopra, meravigliato che il tempo non ne avesse alterato i vivi colori. Era come un sogno e mai avrei creduto che un giorno sarebbe diventata la mia ricerca-attività prevalente. Mi ero appena affrancato nella produzione delle ceramiche maiolicate che già ne ero insoddisfatto. La maiolica, con i suoi smalti già preparati o in ogni modo statici, era diventata per me qualcosa di troppo facile ed aveva perso quel fascino che invece avevo sperimentato nell’ammirare le mie modeste collezioni infantili di “cocetti”. Agli inizi degli anni ’80 partecipai ripetutamente a dei stages di ceramica raku: fu un fulminetemporalepioggia! Ecco il mio nuovo pozzo d’ispirazione, ecco la nuova materia alchemica, ecco la tecnica che non finirò mai di domare, la mia continua fonte di stupore! Si, perché il raku è la ricerca del finito nel non finito e/o continuamente nuovo. Qui la creazione si unisce all’emozione. La tecnica raku mi ha permesso di entrare dentro gli elementi base, (Terra Acqua Fuoco Aria), e poter creare, attraverso l’alchimia degli elementi naturali, opere uniche che respirino e ricordino il percorso dell’anima umana.
E’ iniziato per me un nuovo percorso dove ho spinto la ricerca a esperimentare miscele di crete e forme di cottura fuori dalla tradizionale forma raku. Con l’amico Giovanni Crippa ho costruito in giardino un forno primitivo a buca e un forno a fiamma rovesciata funzionanti a legna dove poter raggiungere anche alte temperature, (fino a 1200°)e dove poter fare forti ossidoriduzioni.
L’esperimentare è diventato il fulcro per proseguire nella ricerca di sempre nuovi effetti da applicare in nuove forme stilistiche.
Nel ’97 ho chiuso la ditta di restauro per dedicarmi totalmente a questo percorso di ricerca che è sfociato in innumerevoli mostre,( personalmente curate in particolari allestimenti e/o performance) e contemporaneamente ho intrapreso l’attività quale “maestro di ceramica” in scuole e corsi organizzati da istituti e associazioni e altri tenuti direttamente nel mio orto-giardino.
La scelta di dedicarmi totalmente alla ceramica è stata fatta anche perché è maturato in me una modo di vivere legato alla corrente della cosiddetta “decrescita felice”. Il mio laboratorio si è allargato all' amato orto-giardino che sostituisce le corse coi carrelli nei supermercati e dove l’osservazione diventa continua fonte d’ispirazione.

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“Detesto i soprammobili. Porto in casa ogni cosa: foglie colorate, pietre con segni particolari, tutti i generi di chiocciole e chioccioline, lumache e lumachine, bucrani di animali selvatici, un legno segnato dal tempo o dai licheni, un chiodo storto…mescolo il tutto insieme alle biglie, ai cristalli ialini, alle ceramiche raku frammentate. Creo angoli, dentro i cassetti, in larghi piatti o sui davanzali, ove queste cose si ammucchiano così istintivamente creando dei coacervi stratificati. La Natura è ancora per me una fonte vulcanica di stimoli e meraviglie. In questo periodo di forti piogge, terremoti, fiumi in piena, frane, sono fortemente coinvolto dagli avvenimenti naturali. I vortici melmosi di un fiume in piena, le frane e gli smottamenti dei terreni mi attirano.”
(dai quaderni, 22 novembre 1996).

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“…mostra, mostre, Austellung, inaugurazione, inaugurazioni, monumenti, quadri, mostra mostre,mostri!!!...bei discorsi di ogni genere che all’apertura delle mostre si sentono pronunciare!! Bel dialogare dove sindaci, presidenti di…assessori di…Cultura, Turismo, Assessori, Signori Assessori, Signori……..Dottori……Assessori…ossessioni…si riempiono la bocca di ogni lode, paroloni, tutto bello tutto,bravo notevole artista che…denota particolari tendenze a…tutto funziona..intanto cavalcano sulle loro poltrone. Mostre, mostre, mostre a tutti i costi…arte, arte arte per l’arte a tutti i costi…..io che faccio????
Io amo la Terra. Ora come ora vorrei solo lavorare la terra. Non la creta, ma le zolle di terra, vangare la terra, pulirla dai sassi e dalle mal’erbe per trapiantare lì insalata trentina o seminare la rucola. Coprire poi con delle foglie e dei rami il terreno ed aspettare che cresca. La tenera insalatina è capace da trarre dal terreno che noi calpestiamo una forza tale da mettere ancora delle foglie e svilupparsi bella verde, verde insalata con larghe foglie brunite, crescere viva entro l’odore umido della terra. Ecco, amo smuoverla questa terra e sentire gli umori humotici che ne escono, gli odori forti del lettame in decomposizione. Terra. Ho trapiantato anche una primula. Per ora ha solo due foglie. Credo sia di colore viola forte, il colore da me preferito ultimamente. Ho scelto per lei delle terre diverse: quella semisabbiosa dell’aiuola dello steingarten, quella del cumulo e quella di faggio che ho raccolto nel bosco. Ecco. Lei cresce e dalla terra, dal niente, dai colori spenti riuscirà a trarre un viola!! Io non riesco, oh umile primula. Terra. Amo lavorare con la terra e con le mie piante. Guardare ora i miei peri spogli dai contorti rami e rametti con le gemme già turgide che so daranno foglie, fiori e poi bei frutti dorati. Che bello attendere. Sapere che nascerà qualcosa. Terra ti amo. Terra, Terra-creta oso anch’io tentare l’avventura, oso anch’io creare. Emulare te oh Natura è dare nervo alla mia vita.”
(dai quaderni, 13 dicembre 1999).

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“Spesso l’atto della creazione mi sottrae dal mondo, vivo in un altro piano…
Seduto sul mio poggiolo guardo i cavoli di Bruxelles nell’orto della mia vicina S.ra Armida. Dopo giorni di gelo con un po’ di neve ancora ammucchiata ai loro piedi, godono invece ora del caldo sole odierno. Hanno anche un colore nuovo di un bel verde! Hanno raddrizzato le foglie che trasmettono ora vita quando invece fino a ieri erano smorte e stinte. Dentro il sole, con la riserva d’acqua garantita che sta ai loro piedi, nell’aria straordinariamente pura se la godono. Godono. Vivono. A volte sento forte la presenza degli Elementi: Sole, Terra, Aria e Acqua. Potrebbero anche non esistere? Eppure sono lì, usiamoli e basta senza tante pare!! Sono lì, chissà da dove vengono e a che cosa servono. Vivono….Oh Elementi!! Oh elementi, quando dimentico ogni affanno o superficiale preoccupazione, ecco, vi “scopro”…mi prende da “dentro” dall’IMO un singulto, un Quid di indefinibile che mi scuote, sale e mi porta a piangere. (… questo pianto è straordinaria manifestazione-esteriorizzazione di dolore o gioia o stupore, come se ci trovassimo di fronte a qualcosa di troppo grande, che l’intimo nostro capta ma il cui senso ci sfugge). E così è per me di fronte agli Elementi o quando mi succede di scoprire e sentire con forza la presenza della Natura: un emozione forte di gioia e nello stesso tempo l’amarezza di non vivere ogni istante con la consapevolezza di queste presenze. Quel cavolo di Bruxelles mi ha suscitato una domanda archetipale. Lui nella sua miseria forse sa come vivere, sa dov’è la risposta obbedendo ai corsi vitali della Natura, sapendo cosa e come fare nella sua infinita spontaneità. ….forse sa dove e quando sono nati gli Elementi. Lui sa. Io no.”
(dai quaderni, 6 maggio 2000)

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“Dai quaderni, 9 sett. 2000, dal giardino.
Mi son messo a tagliare l’erba del prato, che profumi!! Mi son messo a trapiantare indivie e insalate, zappato, tolto le malerbe, …dentro il sole autunnale ma quasi ancora estivo. Mi son messo a tagliare ed accatastare la legna x l’inverno eminente. Son rami provenienti da potature o raccolti lungo le strade nel bosco e che porto a casa ad ogni altra passeggiata. Ecco con tutto ciò che devo fare, anzicchè produrre ceramiche mi perdo a fare “’ste robete”!! Si può? SI, SI!!!
Perché per capire la natura delle mie opere artistiche devo entrare il più possibile nella Natura: ecco mentre taglio la legna sento tandi odori, vedo mille colori-sfumature ognuno differente, mille disegni e texture per ogni legno o corteccia….dovrei andare altrove a prepararmi per la fase creativa?????”

“son venuto in laboratorio…mentre stendevo la creta la radio parlava di “guerra” (Yogoslavia)…di come il mondo non sa vivere in pace, delle ingiustizie, perché i grandi ( certi stati, le multinazional, ma anche l’egoismo ed interesse individuale), vogliono conquistare il mondo coi
soli $$$!!!!....perchè non ci lasciano vivere liberi, con i nostri Dii o Allah!!! ….perchè dobbiamo diventare tutti uguali???
Ho richiuso la creta nel sacco: Come posso creare se dentro il cuore non ho pace!!??
Intanto la radio trasmetteva spudoratamente in diretta i primi bombardamenti su Pristina…
(da un cartoncino trovato nel laboratorio, marzo 06. Il giorno dopo ho riprovato a lavorare e ne è uscita la lastra di “Pristina”)

24 agosto 2007 – Anche oggi “Wotan” ha lavorato!! Wotan è il nome del forno a legna che ho realizzato, insieme al mio amico ceramista Giovanni Crippa. E’ costruito interamente da noi utilizzando materiali poveri di recupero e/o naturali: argilla, carta, lava, paglia, segature. Funziona esclusivamente a legna e si ispira ai forni primitivi denominati “a fiamma rovesciata” dove il calore interno viene trattenuto e permette di raggiungere in breve tempo temperature assai alte fino anche a 1100/1200°. Viene alimentato esclusivamente a legna e, più in particolare, con le assi dei bancali o “paletz” detti “a perdere” che recupero in giro sui cantieri e magazzini edili, nelle aree dei supermercati o semplicemente dove li trovo…….altrimenti andrebbero persi e buttati al macero. Li carico sulla mia Panda, li porto in giardino dove vengono frantumati in piccole asticelle per alimentare il forno: questo genere di legname detto “dolce” difficilmente può essere riutilizzato mentre serve esattamente al mio caso in quanto rende molto in “fiamma” per far alzare la temperatura.
(dal mio “diario della Parsimonia”).

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La mia “weltanschaun” di condurre un genere di vita all’insegna della parsimonia nello stile della cosidetta “ slow economy “ ,il constatare che i saperi della storia, la sacralità dell’uomo e della Natura son feriti e minacciati, mi ha portato a produrre, nell’estate del 2008, la mostra-performance “Storie di Terre”.
In essa son confluite più motivazioni:
- la valorizzazione di luoghi e figure della tradizione locale
- invito ai visitatori a confrontarsi col la storia del passato e del territorio, attingendo a un sapere che può ridiventare attuale
- presentazione di un video con valore fenomenologico che ne illustri l’intreccio tra vissuto e produzione artistica nel passato e nel presente
- rifocalizzazione della figura dell’eremita e del suo rapporto fecondo con la terra e del suo sapere
- il ritorno alla Terra, l’abitare originario, il luogo di elaborazione di forme creative.
- la figura di S.Isidoro e gli angeli contadini.

Questo modo di vivere spesso si colora di precarietà….ma la ricerca della Bellezza vince e fa scaturire continui richiami del “sovra conscio” …e lo spazio tra l’orto-giardino e il laboratorio sembra fatto per fermarmi ad ascoltare.

Panta crea.

enuti
Guido Omezzolli tiene dei corsi di ceramica con tecnica raku, Info...