“La vera opera d’arte nasce in modo misterioso, enigmatico, mistico.
Staccandosi da lui assume una sua personalità, e diviene un soggetto indipendente
con suo respiro spirituale e una sua vita concreta. Diventa un aspetto dell’essere”
W. Kandinsky, “Lo spirituale nell’arte”
c

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


bozzetto per Celtis Australis

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

RECENSIONI E CRITICA

Semèia significa simboli.
Semèia parla di un modo antico per comunicare, attraverso forme arcaiche, attraverso riti ed archetipi che ci riportano alle origini dell’uomo e al suo rapporto primigenio con la terra, con la natura e con la vita. L’uomo è, fra tutte le creature, il più comunicativo. E’ stato quello più capace, fin dalla sua preistoria, di lasciare segni del suo passaggio, di trasmettere notizie della sua vita, le proprie intuizioni o i pensieri. E questi segni sono il vero tramite per giungere agli altri: sono l’origine della relazione, sono simboli dei valori che l’uomo riconosce come propri, delle sue emozioni, del suo sentire. Attraverso simboli si sviluppa la cultura, l’umanità: ogni valore – la vita, la divinità, la maternità – trova una propria rappresentazione che è sacra e che per questo diventa rito.
Guido Omezzolli, attraverso un percorso che si snoda in un luogo di grande fascino, propone una preziosa analisi di questo linguaggio simbolico, da cui da sempre si sente attratto; mostra una sapienza descrittiva che nasce da un lungo lavoro di studio delle origini della rappresentazione, parlandoci della sacralità e della ritualità intese come modo di comunicazione, ossia come strumento degli uomini per creare un legame fra loro, ma soprattutto per entrare in relazione con il divino e, prima ancora, con la terra-madre, con l’origine e con la propria primitiva conoscenza. Non si limita, Omezzolli, a cercare nella storia; scava ben più a fondo, nei primordi del sentire dell’uomo, nel suo bagaglio ancestrale di paure e meraviglie per le manifestazioni della natura e nel rispetto più profondo della sacralità della vita. E per narrare questa sua ricerca ha trovato l’Eremo di San Paolo, a Prabi, lungo l’antica strada che conduceva verso nord e che ora, quasi dimenticata, collega, al riparo dello strapiombo di roccia del Colodri, l’abitato di Arco a quello di Ceniga. E’ un luogo di suggestione, abitato nei secoli da religiosi devoti, da personaggi discussi, forse da eretici.
I Santi raffigurati negli affreschi all’interno hanno la fissità ieratica delle forme bizantine, carica della forza simbolica dei segni che le tracciano, mentre i filiformi guerrieri all’esterno, che proteggono le mura del luogo sacro, sono evocati attraverso la forma essenziale degli scudi sanguigni e dalle lance impegnate a cacciare bestie fantastiche e feroci come creature demoniache.
Il percorso di Semèia trova il suo ideale punto di inizio nella stanza ricavata fra i muri di sasso e la roccia viva ai piedi della rupe, dove una installazione di terrecotte e semi rappresenta il dono votivo, la capacità di generare e di nutrire della terra, la meraviglia per la fertilità, che è la cosa più sacra nella cultura primitiva, e la sua divinizzazione.
Attraverso una teoria di ciotole con offerte alle piccole dee tondeggianti, simbolo di fecondità, il percorso prosegue verso l’alto, conduce all’interno dell’aula, dove gli episcopi - figure verticali, allungate verso l’alto - custodiscono il segreto del rito, la capacità arcana di comunicare con il divino e si impongono come intermediari e interpreti della sfera spirituale. Nelle loro vesti l’artista ci indica altri simboli che, con la capacità di astrazione che distingue l’uomo da ogni altro essere vivente, rimandano ai fondamenti del senso religioso, alla devozione e al timore che deriva dalla relazione che si instaura fra la dimensione terrena e ciò che è sacro. Egli esprime in questo contesto un senso del divino che non è religione, ma piuttosto un concetto più complesso e articolato di spiritualità, intesa come umano sentire, come mezzo espressivo per comprendere e rispondere alle domande che da sempre accompagnano l’uomo. Per questo un’ultima, fortissima suggestione completa questo percorso dell’anima: la statua gigantesca e potente che raffigura la dea-madre. Con lei si propone l’idea stessa della maternità, la raffigurazione simbolica della fertilità come potere, come mistero, come espressione di una ricca e complessa vitalità interiore.
La ricchezza del decoro, lo splendore del suo volto, ma anche le dimensioni imponenti riassumono in maniera efficace, più di quanto qualsiasi parola possa significare, il reverenziale sbigottimento che l’uomo vive al cospetto dei modi in cui la natura si manifesta, quando svela la propria forza latente, l’arcano modo del suo agire.
La potenza della dea-madre si rivela anche nel tenace germinare di un seme, nella purezza salvifica dell’acqua, nell’aroma nutritivo della terra: ma solo l’uomo attento ne è consapevole e vi dedica il giusto rispetto, perché espressione della stessa natura divina. I semi sono il simbolo della madre che ci nutre, dello spirito vitale che è custodito in ogni elemento naturale; attraverso questi simboli noi onoriamo la vita e chi l’ha creata e donata poi all’uomo.
L’itinerario che si percorre, dalla stanza delle offerte al luogo della divinità, è la rappresentazione simbolica delle molteplici forme attraverso cui la vita si esprime; quello dell’artista è un richiamo profondo e accorato a guardare con attenzione a tutte queste manifestazioni, che egli riesce a rivelare, e allo stesso tempo un’esortazione alla gratitudine per la magnificenza e la generosità di quanto ci è stato consegnato: una gratitudine cui ci esortano tutte le culture e tutte le religioni, dalle più antiche alle più comuni, con parole e immagini di rara bellezza, e a cui si aggiungono la voce, le opere e la passione di questo scultore.
La forza artistica di Guido Omezzolli si esprime magnificamente in questo percorso: sta proprio nel desiderio di riscoprire le chiavi di lettura di una cultura che si manifesta per archetipi ancestrali e viene esaltata dalla capacità di costruire, di trovare un contatto pieno e fisico con la naturalità delle cose, nel vivere il mistero profondo della sacralità della vita con il rispetto, con la meraviglia, con lo studio attento.
Le opere di questo artista sono costruite con la terra, con le argille plastiche e molli che nascono dalle mani, dalla carezza delle dita, dal movimento rapido e sapiente dei polsi, che con delicata forza riescono ad imprimere forme che richiamano la natura, che ricordano grembi di madri feconde pronte a recare frutto o slanci di sacerdoti proiettati verso l’altezza misteriosa e arcana della divinità. C’è una suggestione profonda nel vedere la sapienza con cui dà forma alla materia, il rispetto con cui si avvicina alla terra e agli elementi naturali, la forte relazione che egli instaura con i luoghi che lo ospitano o in cui vive. La capacità viene anche da una prolungata esperienza, da uno studio attento: non è certo casuale, né improvvisata, la sua formazione. Ma c’è qualcosa che va oltre, e che è nel suo stesso modo di essere: una sincerità assoluta nell’interesse che manifesta per la storia dei luoghi, per i linguaggi, per il significato delle parole e un profondo senso di appartenenza al mondo naturale. Forse per questo, alla fine, ogni azione risulta profondamente meditata e riflessiva.
O forse perché, nei lunghi anni in cui si è dedicato al restauro, allo scavo archeologico, allo studio delle memorie e delle tracce di artisti, culture, vicissitudini del passato, è entrato in sintonia con diverse civiltà, con molteplici culti e ritualità religiose, maturando un profondo rispetto per tutte le forme di espressione, per tutti le risposte che gli antichi hanno cercato di dare alle domande che ancora ci tormentano. C’è una grande umiltà nel suo porsi di fronte alle cose, ai misteri filosofici così come alla meraviglia dell’erba che cresce, che deriva inoltre dalla sua sintonia con il mondo contadino; egli ama la terra, la scava con le mani nude per sentirla, ne rispetta i frutti con la parsimonia di chi è ospite gradito. In ogni aspetto della sua arte si ritrova, immediato e diretto, il modo con cui ha deciso di affrontare il mondo, la complessità delle sue diverse esperienze di vita, e su tutto, la scelta di vivere del proprio lavoro, che è manuale e intellettule.
Egli è un artista – artigiano: sa pensare le sue opere, progetta e studia le installazioni con un impegnativo lavoro di ricerca; lo muove un profondo amore per la filosofia, o forse ancor più per l’humanitas, come la chiamavano i latini, ossia quell’insieme di conoscenze, di capacità di provare sentimenti, di rispetto per la natura e per i propri simili, che è l’essenza stessa dell’essere uomini. Ma, in più, egli sa anche creare dal nulla le sue opere, farle scaturire dalla terra e dare loro forma, utilizzando null’altro che le proprie mani, la propria abilità. E’ un creatore, che porta alla vita oggetti, rappresentazioni, opere, con la capacità meravigliosa di chi sa fare le cose, di chi vede, oltre l’aspetto grezzo della materia, forme sinuose e messaggi profondi. Nel suo linguaggio personalissimo, che si esprime attraverso segni simbolici arcaici, come i cerchi concentrici e le spirali così frequenti nelle culture preistoriche o aborigene, i valori della vita e il rispetto della natura diventano immediatamente comprensibili ed inequivocabili: ciascuno riconosce in questo lavoro la propria origine, riconosce gli elementi naturali – l’acqua e la terra, l’aria e il fuoco – che compongono le sue opere e vede immediatamente il messaggio dell’artista, che si esplica infine con una chiarezza che è empatica, più che relazionale.
Semèia è un omaggio alla capacità umana di rappresentare il reale, di costruire – con sapienza, capacità ed
arte – un modo per dare una forma comprensibile all’immateriale astrazione concettuale, alle entità che vivono nel nostro animo, profonde e a volte insondabili, al legame con le origini, con la creazione, con i misteri della nascita, che sono la parte più sacra che conserviamo in noi stessi.

Giancarla Tognoni

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"Dal giardino segreto"
Guido Omezzolli  è  per così dire intimamente legato al giardinaggio sin dalla sua  prima infanzia,  egli é cresciuto in un vivaio creato dai suoi genitori,  che ora viene portato avanti dai suoi fratelli. Con la coltivazione biodinamica,  la messa in campo della lotta biologica contro i parassiti delle piante e la concimazione biologica, questo vivaio di famiglia appartiene ai precursori di un giardinaggio ecologico nel Trentino.
Anche nella sua ceramica d’arte, Guido ha in mente questa connessione fra uomo e natura, come pure il legame fra mito e significato dell’essere: il motto per il suo lavoro artistico si trova già nella parola giapponese: raku ( un’arte della ceramica prediletta da Guido) Raku significa: “vivere ogni giorno in armonia con gli uomini e l’universo intero” E qui siamo nuovamente arrivati al nostro tema comune; la ricerca dell’armonia, che anche per Guido Omezzolli nasconde in sé la questione sul senso stesso dell’esistenza.
Il suo operare ha sempre a che fare con i quattro elementi: terra, acqua, fuoco e aria e perciò questo luogo intimo in cui si incontrano natura ed arte diventa la perfetta cornice per le opere appositamente da lui create per il giardino segreto. Guido Omezzolli è conscio degli influssi atmosferici, egli conosce la patina, che nel passato della nostra comune attività nel restauro degli affreschi si trova nei colori leggermente sbiaditi, avendo integrato nella loro sostanza la polvere depositatasi nei secoli, patina del tempo che egli ha imparato ad apprezzare e  amare. ( C. Mathà)

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“L’albero del tempo”
Di Renzo Gherardini
La circolarità del tempo incalza
L’uomo e in lui sopravvive ogni speranza
Serena o triste, sì che nel suo animo
Si radica la vita come un albero
Che alla luce del cielo manda i rami
E le radici pianta nel suo intimo,
vuoi con letizia, vuoi tormentosamente.
Io chiedo al tuo albero all’azzurro
A quel suo lieto color del cielo,
di consolar con le gioie le pene.
7 maggio 2009, post meridiem. San Quirichino, Firenze
A Guido ringraziandolo del suo dono.
da “AL SOMMO DELLO STELO” di Renzo Gherardini, pag.34, ed Il Bisonte, Firenze, 2009.

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“PER GUIDO.
Passeggio nel giardino.
Non c’è sentiero definito.
I fili d’erba seguono un percorso naturale, foglie planano dolcemente.
La rosa cresce vicino ai narcisi senza pungerne i petali, Margherite migrano nel prato. Minuscoli fiori colorati spuntano sotto i cespugli.
Un labirinto all’apparenza selvaggio.
Un giardino ingarbugliato quello dove Guido crea le sue opere sotto una tettoia di paglia.
I passi al mattino non lasciano tracce, si confondono con le scorribande d’erba curiosa che osservano Pastoedo tra arbusti spinosi.
L’ombra del fico. Le dita dei rami dell’albicocco.
Gli occhi salgono l’albero: il labirinto si svela.
Scopro la bellezza della natura.
La guardo incantata come davanti ad un’opera uscita dal fuoco. Tutta da scoprire.
E’ un giardino raku: “gioia di vivere in armonia con l’universo”.
Un dialogo continuo e rispettoso. Quotidiano.
Le mani di Guido ogni giorno nella terra. A scavarla, modellarla.
La bellezza del “divenire” del giardino sotto la pioggia, al caldo del sole, nel vento.
Lo stupore della polvere d’argilla che prende forma.
Il fascino dell’irregolare, dell’imperfetto.
Il giardino muta come i pezzi di terra lavorata consegnati al calore.
Viaggiatori roventi e imprevedibili passano dalla luce del fuoco all’ombra della fuligine in attesa di tuffarsi nell’acqua generatrice che li porta alla vita.
Il viaggio finisce, l’opera è compiuta. Il giardino fiorito.
Colpisce la “lucentezza”, quella del riverbero del sole sulle foglie in primavera. La rugiada del mattino, la luce cristallina che non smette di brillare sul volto della ceramica raku, memoria di quel viaggio nelle scintille. Splende di fianco a un solco nero, ricordo del buio nella prigione di un bidone di latta.
Il giardino tra poco cadrà nel sonno profondo di una coperta bianca. Soffice di giorno. Gelata la notte.
Rimane in attesa insieme ai pezzi d’argilla di una pioggia primaverile.
Di un sole caldo sotto il quale risplende la sua opera d’arte.
Guido aspetta con loro.” Roberta……

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“…i suoi vescovi mi ricordano le statue colonna delle cattedrali gotiche e precisamente quelle di Chartres, ma, guardandole meglio, posso dire che, mentre quelle medioevali hanno insite in loro la forza portante della colonna che regge sulle spalle non il peso degli archi o delle volte, ma quello della Chiesa militante come possente struttura umana e spirituale, i suoi prelati, in abiti sacri, sono stati invece estenuati da riti misteriosi, forse bizantini, certamente pagani. Hanno uno sguardo che viene da lontano di cui hanno perso il ricordo ma ne trasmettono l’esistenza.
I suoi vescovi orientali, (li chiamo così per semplificare), hanno perso la consistenza corporea umana e rivestiti solo degli ornamenti d’oro, dei copricapo sontuosi sfilano come re magi attraverso i secoli; diventati quasi tronchi abitati da cataplasmi di uomini che sono stati sacrificati per una Chiesa senza croce né resurrezione (o forse solo con la croce!). Trasmettono una sottile ma profonda malinconia che dà loro del fascino. Inoltre leggendo sul suo diario dei suoi primi anni trascorsi in vivaio in campagna, penso che in Lei siano rimaste delle impressioni che l’hanno colpita allora: forse di larve di insetti scoperte nelle crepe dentro le cortecce che si “risvegliano” e fuoriescano vive, con fatica, dell’involucro che le teneva chiuse, nascoste in una materia morta e inerte . La doratura oltre ad una scelta estetica potrebbe essere il suo riconoscere come sacra la Natura e la Vita che abita questi tronchi.
Mirella Rella, Ile St. Honorat, Francia, 27.06.09

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“Guido Omezzolli è uno sciamano del raku. Sa cuocere l’impasto per offrirci opere che hanno l’antico sapore di menhir, totem, animali simbolici.”
Fiorenzo Degasperi, Bressanone 2007.

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STORIE DI ALBERI E DI UOMINI SELVATICI

GRES E RAKU DI G.CRIPPA E G. OMEZZZOLLI
GALLERIA “IL TRANSITO”, ARCO – AGOSTO 2007

Non sono un critico d’arte, mi occupo di psicologia e sono particolarmente interessata a una lettura simbolica della realtà, che attraverso i segni del quotidiano ci permette di contattare una dimensione “altra”, a cui il segno ci rimanda, per arricchire la realtà stessa di contenuti e di significati. E il linguaggio dell’artista è proprio quello che ci aiuta a spingere lo sguardo verso dimensioni che vanno oltre quella orizzontale per stimolarci a scoprire una dimensione verticale, sia in profondità che in altezza. E’ quanto riesce a fare la mostra dei due ceramisti che l’hanno promossa, mostra bella e anche insolite, che ci parla di alberi e uomini, quasi a intrecciare i destini. Come il vasaio dei tempi più lontani legati anch’essi, (pur attraverso due tecniche diverse quali la paperclay e il raku), ai quattro elementi: la terra da impastare con l’aiuto dell’acqua e da asciugare e temprare con l’aiuto dell’aria e del fuoco. Solo che per l’antico vasaio il fuoco erano i raggi del sole, per i nostri artisti il fuoco è un forno che brucia a 960-1200 gradi. Ma anche l’albero, che è il soggetto della mostra, visto con l’occhio del poeta e insieme dello scienziato diventa l’artista-creatore, che servendosi dei quattro elementi, filtrandoli attraverso se stesso, li traduce in via per sé, ma anche per noi e tutto il nostro pianeta. Compreso il fuoco, elemento trasformatore per eccellenza. Gli alberi antichi, gli uomini selvatici, che conoscevano l’albero, pur non avendo cognizioni scientifiche, e capivano il linguaggio del bosco l’hanno chiamato “portatore del fuoco”, in quanto i primi acciarini, come ci confermano gli etnologi, sono stati due pezzetti di legno, che percossi o strofinati facevano scoccare una scintilla. Per cui l’albero diventa il portatore del fuoco sulla terra e contemporaneamente la prima fonte di luce e di calore per noi uomini fino a non molti secoli fa. Ancora oggi in certe tradizioni c’è l’abitudine di piantare un albero alla nascita di un bambino, quasi a legare i destini e ancora oggi tracce di questa identificazione permangono nel nostro linguaggio. Di un uomo forte si dice che è come una “quercia”, di uno fuori ambiente che è “sradicato”, chi è “sradicato”, chi è particolarmente dotato viene definito “una cima”, di chi ha molti capelli si dice che ha una “grande chioma” e via dicendo fino a tradurre la storia di una famiglia in un albero genealogico. Ma per tornare alla mostra di cui ci occupiamo, negli alberi stilizzati di Guido ritroverete spesso delle spirali, perché l’albero è immagine vivente del divenire: col ciclico rinnovarsi della sua chioma e con la verticale ascesa del suo tronco sposa in sé il doppio volto del tempo, lineare e circolare, come vediamo nell’archetipo della spirale. Nelle statue di Giovanni vedrete dei corpi /tronchi, che sono a volte maschili, a volte femminili: l’albero infatti coniuga in sé lo yang nella stabilità del suo fusto e lo yin nella flessibilità della chioma, che gli permettono insieme di superare le tempeste senza essere sradicato. Come avviene anche per l’uomo. La lingua latina aveva chiaro questo concetto, perché nella botanica il nome dell’albero che ne definisce la specie è maschile, mentre l’aggettivo che ne qualifica la forma è femminile (quercus rubra, populus alba, ficus nigra…). Nelle opere di entrambi, leggendole sul piano simbolico, ritroverete peraltro anche l’eco delle solitudini, delle sofferenze, dei vissuti di noi stessi esseri umani. L’albero è custode della terra e mediatore dell’ecosistema terra-cielo, per cui vive di una doppia corrente energetica, che dal basso sale verso l’alto come linfa ascendente e dall’altro, attraverso la fotosintesi operata dalla foglia, scende verso il basso per nutrire il tronco e le radici. Di questa doppia energia dovrebbe nutrirsi anche la vita dell’uomo, perché anch’egli diventi custode della terra alla maniera dell’albero, coniugando dentro di sé istinti e ideali, bisogni e aspirazioni, desideri e valori. Facendo dell’albero il suo maestro, in quanto lo riconosce come l’Albero della Vita dei miti, portatore di vita per noi e per ogni vivente. Tutte queste suggestioni potrete riviverle guardandole con gli occhi del cuore le opere dei due ceramisti per riscoprire attraverso di esse il mondo che sta dietro agli alberi, che diventano simboli per chi è attento a recepire l’alfabeto del vivo creato.
ANNA MARIA FINOTTI

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MENHIR

“TUTTE QUESTE STESSE MISERIE PROVANO LA SUA GRANDEZZA: SONO MISERIE DI GRAN SIGNORE, DI RE SPODESTATO” Pascal

Come una folla estatica, chiamata a testimoniare, la storia antica della sovranità spirituale, le staue-menhir di Guido Omezzolli, con la loro semplice presenza, pongono allo spettatore la domanda sull’agire, sull’accadere, sulle possibilità, sull’eredità culturale, sul destino, sulla memoria.
Ogni scultura trattiene, come un tesoro, la sua potente staticità ed insieme rimanda ad una dinamismo delle differenze: i copricapo, i gioielli, le corone, etc.
L’uguaglianza delle forme rende visibile e documenta l’appartenenza di ciascuno al suo tempo, ma essa non esaurisce il senso del proprio esistere che si dispiega nella pluralità delle storie. Sembra di cogliere il silenzio che copre ogni vissuto quando esso si è compiuto. Le statue-menhir rompono proprio questo silenzio e, simili a dee madri, porgono il segreto che nasconde ogni volta il nascere.
Sacerdotesse e sacerdoti dei riti di passaggio, anche nel nostro tempo, trattengono nel divenire, nel mutamento, nella pluralità, l’appartenenza di ciascun essere, anche nel nostro tempo, alla storia di una sovranità celata, misterica, sacra, che attende ancora di essere rivelata.
Rosetta Infelise, Fiavè, marzo 07.

“I tuoi menhir (…) sono una incredibile sintesi tra un lingam orientale e lavori a cloissonnè longobardi. E come se tu avessi colto due anime così geograficamente lontane e le avessi unite psicologicamente…l’orificeria e la spiritualità magica, ..del resto il mondo antico era molto più collegato di quanto non pensiamo”.
Francesca Centurione Scotto Boschieri, London, gennaio 07

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Omaggio agl'alberi


Parte dalla terra e dove arriva ci sono il vento e le nuvole.
Mi sono perso dentro i suoi grovigli.
Sono diventati la mia casa.
Da bambino ci salivo a mangiarne i frutti, a nascondermi tra le foglie.
Oggi lavoro la terra con le mani e cerco di ricostruire quell'albero;
quello che salivo da bambino.
E' un sogno disperato: creare non vuol dire ricostruire.
Rivivere, semmai.
Allora ho modellaato racconti, piccole formelle affumicate sul retro
con la luce del vento nei rami.
Ho cercato parole come foglie,
Le ho raccolte una ad una e ho composto il mio alfabeto.
Le fogli si seccano d'autunno, le lettere del mio alfabeto sopravvivono
all'inverno e nei momenti di gelo continuo a scandirle una ad una
impastando l'argilla.
Provo un senso di solitudine se perdo il contatto con la natura. Di abbandono
Impasto e attendo che passi la brutta stagione; anche quella dell'anima.
L'albero mi tiene radicato alla terra, solido nel tronco che non tradisce.
La sua chioma lascia liberi i pensieri e i sogni di ondeggiare al vento.
L'uomo e la natura dovrebbero parlare la stessa lingua.
Ho bisogno che ci si capisca...
Così dopo aver amato gli alberi, li disegno, per poi ritornare nella brezza
primaverile e guardare all'insù; e cercare l'azzurro
A respirarne il profumo di foglie e di resina.
Quì sono le mani, lì è il cuore.
Crescano gli alberi, e crescano gli uomini perchè non succeda quello che dice
un uomo saggio:
"pochissimi crescono, la maggior parte della gente invecchia".

Roberta Bonazza, Arco 2004

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ALBERI
(di G.O.  - Testo accompagnatore della mostra “Alberi”, Galleria “Il Transito, 2004).

Questa mostra è per me come una tappa-regressione e nel contempo un passo avanti nella mia ricerca. Passo velato di una certa stanchezza ma nella quale mi sono divertito. Divertito come un bambino che ama giocare-disegnare con la  sua nuova serie di colori avuti in regalo da Santa Lucia o Gesù Bambino a Natale. Il tema dell’albero non potevo affrontarlo se non dopo essermi liberato da un certo pregiudizio che direi “scientifico-illuministico”  ulteriormente rafforzato in primo luogo  da una  educazione moderna che tende  a riporre la fiducia solo nella ragione e nella percezione sensibile e, in secondo luogo,  dal voler a tutti i costi aderire alle regole della tecnica raku.  Niente di tutto ciò. Il percorso è stato un tranquillo ritorno alle forme-concetto  archetipali dell’albero come nei miei disegni dell’infanzia con accenno  soprattutto ai colori o al disegno. Ho bandito la scultura per lasciare spazio a semplici  formelle proprio come i piccoli brani di carta bianca che ritagliavo dal retro di vecchi calendari o riviste allo scopo di non sprecare né denaro né ulteriori tagli d’alberi: così mi aveva insegnato mia madre.
Nell’infanzia ho vissuto in vivaio a contatto con ogni genere di alberi  seguendo le fasi dal seme alla maturità; la molteplicità delle forme, delle foglie, delle cortecce, le trasformazioni dai boccioli ai fiori e dai fiori ai semi. Tutto ciò e altro sono stati per me un forte  stimolo alla creatività, alla fantasia al costituirsi di un mondo visionario senza limiti proprio come lo è in Natura. Potrei dire con W. Blake: ”La natura della fantasia visionaria o immaginazione è ben nota, e l’eterna natura e il perdurare delle sue immagini eternamente esistenti vengono ritenuti meno permanenti delle cose di natura vegetativa e generativa; eppure la quercia muore, così come l’insalata, ma la sua immagine e individualità eterna non muore mai, bensì ritorna tramite il seme; così l’immagine immaginativa ritorna tramite il seme del pensiero contemplativo.” 
Posso dire che se guardo dentro lo scafale dei ricordi essi sono cosparsi da aneddoti  segnati se non dominati dalla presenza di alberi.
Cito come primo l’albero  della mia casa natale, “la grande perlera” (Celtis Australis), ossia quella grandissima chioma ultracentenaria all’ombra della quale c’era la casa, la quattrocentesca Colombera del Brion.  Se chiudo gli occhi non vedo la casa, ma lei con  la sua grande massa-presenza. Piccino sostavo dentro le pieghe del suo tronco o in autunno ne coglievo le dolci perle nere che cadevano copiose dall’alto talmente in alto che da terra non le potevi distinguere di tra le foglie lanceolate; felice  raccoglievo i frutti e ne facevo una scorta in tasca e mi servivano per tuta la giornata “mommolando” la sottile e dolce drupa. Ora è morta.
Ancora ricordo il fico della casa di V. Filanda talmente grande e rasente la casa che mi serviva come scala alternativa  per fuggire dai controlli materni a dar sfogo alle prime scorribande adolescenziali…I suoi rami rasentavano il terrazzo e bastava sporgersi e allungare i piedi su uno dei più grossi rami ed iniziava il viaggio-fuga verso un nuovo mondo!
Gli ulivi del monte  Brione eterni presenti e compagni delle mie nostalgiche passeggiate o fughe leopardiane alla ricerca di un senso alla vita…..c’era l’ulivo-osservatorio perché aveva un comodo ramo-sedile dal quale osservava la valle; c’era l’ulivo-nicchia entro la quale mi nascondevo quando mi vergognavo di farmi scorgere da altri a interrogare la Natura anziché  andare al bar; c’era l’ulivo della disperazione, un  tronco-groviglio torto e ritorto come le torsioni nelle sculture michelangiolesche e con due braccia lanciate in alto……e cento altri, ognuno col suo nome. 
Questo per dire che l’albero, o se vogliamo la Natura, è stata per me sempre fonte per prendere coraggio di vivere. Se penso che l’uomo può ancora meravigliarsi quando vede in primavera svegliarsi un albero e fiorire e rinverdire, ecco penso, che malgrado il degrado morale-ecologico in cui versa l’umanità e il mondo oggi, ecco penso che la condizione umana sia capace di far nascere cento e poi mille possibilità di migliorare. Un proverbio indiano dice: ”tagliate tutti gli alberi ed il cielo cadrà”. Chiaro e severo. Un uomo radicato (che rispetta) alla terra non può  soltanto distruggere. Come un albero  guarderà anche  al cielo proprio come il noto albero cosmico o della vita che  pervade le tre regioni del cielo, della terra e del mondo sotterraneo.
“…la vita dell’albero più inutile ha un’importanza tale che esso è il padrone assoluto della terra che trattiene tra le sue radici” (da Jean Giono “lettera ai contadini sulla povertà e la pace”).
Innamoriamoci dell’albero che è in noi, curiamolo, facciamolo  crescere… ci regalerà i suoi frutti…ed avremo anche noi da gioire, rivivere e  regalare.
Pastoedo, aprile 2004.

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Biennale Artisti trentini 1999

“Questo artista poco più che quarantenne, nato a Riva del Garda  si è insediato a poca ditanza dalla casa degli artisti,  a Pastoedo di Tenno, in una torretta medioevale amorosamente restaurata. Una residenza emblematica per quest’uomo che ama visceralmente la storia, insegue la memoria, ha un rapporto sacrale con gli oggetti, i reperti, i piccoli indizi salvati dal flusso del tempo che tutto leviga, rastrema, sommerge.  Guido ha conseguito il diploma di restauro e scenografia all’Accademia di Firenze, rientrando a Riva e alternando il lavoro di  insegnamento nelle scuole medie e superiori  con quello di restauro .  Nello studio di restauro di Christine Mathà, ( allieva del pittore Carlo Andreani), a Trento, Omezzolli si è fatto le ossa come restauratore, nel campo della ceramica e soprattutto degli affreschi, operando nelle valli del Trentino. La suggestione dell’arte popolare, le decorazioni popolari dei “capitelli”,  (edicole religiose),  coi loro affreschi murali, le pietre lavorate, le antiche cornici lignee sono per lui un serbatoio, un repertorio di suggestioni, di memorie , di tecniche diverse. Da lì bisogna muovere per capire il suo mondo, tenendo presente la profonda conoscenza delle tecniche, delle materie, che egli ha acquisito in tutti questi anni.
Una decina di anni fa questo artista ha scoperto la ceramica raku, ed è stato per lui una sorta di folgorazione.  Con gli anni vi si è dedicato sempre più intensamente, diventandone un maestro e insegnandola nei corsi del gruppo Arti Visive di Arco e in “stages” a Casartisti.  Per la  Biennale di Tenno Guido ha creato tre opere in raku, diverse ma di intenso fascino: “L’ultimo seme della montagna” è un opera simbolico-ammonitoria sul versante ecologico. “Ermaurna” è una scultura che affonda in ere lontane, nel culto delle urne inceneritorie; “Gli Spiriti di Mena” affonda nelle figure ancestrali celtiche, longobardiche, ritrovate nella memoria popolare.”
Renzo Francescotti , Tenno, agosto 1999.


ontenuti
Guido Omezzolli tiene dei corsi di ceramica con tecnica raku, Info...