Archeologia dei sentimenti.
Guido Omezzolli ha compiuto nel corso della sua esperienza artistica, diversi percorsi: ha sperimentato, ha cercato codici espressivi personali e proposto, nei suoi allestimenti, combinazioni originalissime di sculture, oggetti, parole. Il suo lavoro raggiunge il risultato più interessante e raffinato proprio nelle installazioni composite di diversi elementi, che interagiscono in modo inaspettato e potente per svelare il messaggio artistico, la sua poetica. E’ un artista che lavora per suggestioni, attraverso citazioni, rimandi e ispirazioni che attingono da un bagaglio culturale importante, fatto di conoscenze umanistiche ma anche – o soprattutto? - di una sensibilità speciale per la terra, per la natura, per la vita. Le lingue antiche, la filosofia, l’esperienza nel coltivare le piante e l’amore per la terra si combinano in modo ammirevole nella capacità di dare forma alle crete, agli impasti di argilla, e si trasformano in divinità arcaiche, in ceramiche dai colori ipnotici, in ciotole che contengono non oggetti ma memorie, inviti, moniti, poesia. Domatore della materia e dei fuoco, Omezzolli ha l’irruenza e l’energia del demiurgo, produce arte e bellezza che poi offre con generosità e profonda commozione alla terra-madre cui è devoto. La profonda spiritualità di questo artista ha le sue radici in sentimenti e valori antichi, che fanno parte di una memoria ancestrale, che appartiene all’uomo fin dall’inizio dei tempi: la nascita, il cibo che viene dalla terra, il ristoro che viene dall’acqua, il calore dell’indomabile fuoco, il vento che muove le cose come alito di vita. L’opera di Omezzolli si concentra sempre sull’essenziale: sull’uomo e ciò che lo fa vivere, sulla vita e ciò che le dà un vero significato. Vagando nel deposito di questo artista, si riesce a ripercorrere il tempo, abbandonando le sovrastrutture di una modernità cieca che ha perso i riferimenti fondamentali dell’esistenza, per ritornare alle origini primigenie e ritrovare, scavando strato dopo strato, quella scintilla che ha reso l’uomo diverso dal resto del creato: il pensiero, il desiderio di bellezza, la capacità di creare e trasformare ciò che esiste. Allo stesso tempo si trova anche il monito, energico e convinto, a non perdere di vista ciò che è importante, ciò che è bene: l’equilibrio ed il rispetto per la natura, la necessità di lasciare un’impronta leggera di bellezza nel mondo in cui viviamo. E insieme anche la denuncia e la condanna all’uomo che distrugge, che lascia dietro di sé solo Arsura. Scorrendo le immagini in catalogo si raccolgono numerosi indizi di ciò che sta all’origine della sua ispirazione; le opere agiscono come reperti preziosi che rivelano l’essenza di un tutto non immediatamente percepibile: le dee-madri, gli ieratici vescovi, i frutti della terra, i segni celesti dell’acqua che sana e salva sono tutte espressioni di profondo e grato attaccamento alla natura e di stupore infinito e rinnovato per la forza della vita.
(commento alla mostra Semèia, Arco, Eremo di S. Paolo, 2013., di G. Tognoni)
Semèia significa simboli. Semèia parla di un mondo antico per comunicare, attraverso riti ed archetipi che ci riportano alle origini dell’uomo e al suo rapporto primigenio con la Terra, con la Natura e la Vita. L’uomo è, fra le creature, il più comunicativo. E’ stato quello più capace fin dalla sua preistoria, di lasciare segni del suo passaggio, di trasmettere notizie della sua vita, le proprie intuizioni o pensieri. E questi segni sono il vero tramite per giungere agli altri: sono l’origine della relazione, sono simboli dei valori che l’uomo riconosce come propri, delle sue emozioni, del suo sentire. Attraverso simboli si sviluppa la cultura, l’umanità: ogni valore – la vita, la divinità, la maternità - trova una propria rappresentazione che è sacra e che per questo diventa rito. Guido Omezzolli, attraverso un percorso che si snoda in un luogo di grande fascino, propone una preziosa analisi di questo linguaggio simbolico, da cui da sempre si sente attratto; mostra una sapienza descrittiva che nasce da un lungo lavoro di studio della rappresentazione, parlandoci della sacralità e della ritualità intese come strumento degli uomini per creare un legame fra loro, ma soprattutto per entrare in relazione con il divino e, prima ancora, con la terra madre, con l’origine e con la propria primitiva conoscenza. Non si limita, Omezzolli, a cercare nella storia; scava ben più in fondo, nei primordi del sentire dell’uomo, nel suo bagaglio ancestrale di paure e meraviglie per le manifestazioni della natura e nel rispetto più profondo della sacralità della Vita. E per narrare questa sua ricerca ha trovato l’eremo di San Paolo a Prabi, lungo l’antica strada che conduceva verso nord e che ora quasi dimenticata, collega, al riparo dello strapiombo di roccia del Colodri. L’abitato di Arco a quello di Ceniga. E’ un luogo di suggestione, abitato nei secoli da religiosi devoti, da personaggio discussi, forse da eretici. I Santi raffigurati negli affreschi all’interno hanno la fissità ieratica delle forme bizantine, carica di forza simbolica dei segni che le tracciano, mentre i filiformi guerrieri all’esterno, che proteggono le mura del luogo sacro, sono evocati attraverso la forma essenziale degli scudi sanguigni e delle lance impegnate a cacciare bestie fantastiche e feroci come creature demoniache. Il percorso di Semèia trova il suo ideale punto d’inizio nella stanza ricavata fra i muri di sasso e la roccia viva ai piedi della rupe, dove una installazione di terracotte e semi rappresenta il dono votivo, la capacità di generare e nutrire la Terra, la meraviglia per la fertilità, che è la cosa più sacra per la cultura primitiva e la sua divinizzazione. Attraverso uan teoria di ciotole con offerte alle dee tondeggianti,simbolo di fecondità, il percorso prosegue verso l’alto, conduce all’interno dell’aula, dove gli episcopi – figure vertical, allungate verso l’alto – custodiscono il segreto del rito, la capacità arcana di comunicare con il divino e si impongono come intermediari e interpreti della sfera spirituale. Nelle loro vesti l’artista ci indica altri simboli che, con la capacità di astrazione che distingue l’uomo da ogni altro essere vivente, rimandano ai fondamenti del senso religioso, alla devozione e al timore che deriva dalla relazione che si instaura fra la dimensione terrena e ciò che è sacro. Egli esprime in questo contesto un senso del divino che non è religione, ma piuttosto un concetto più complesso e articolato di spiritualità, intesa come umano sentire, come mezzo espressivo per comprendere e rispondere alle domande che da sempre accompagna l’uomo. Per questo un’ultima, fortissima suggestione completa questo percorso dell’anima: la statua gigantesca e potente che raffigura la dea-madre. Con lei si propone l’idea stessa della maternità, la raffigurazione simbolica della fertilità come potere, come mistero, come espressione di una ricca e complessa vitalità interiore. La ricchezza del decoro, lo splendore del suo volto ma anche le dimensioni imponenti riassumono in maniera efficace, più di quanto qualsiasi parola possa significare, il reverenziale sbigottimento che l’uomo vive al cospetto dei modi in cui la Natura si manifesta, quando svela la propria forza latente, l’arcano mondo del suo agire. La potenza della dea-madre si rivela anche nel tenace germinare di un seme, nella purezza salvifica dell’acqua, nel aroma nutritivo della Terra: ma solo l’uomo attento ne è consapevole e vi dedica il giusto rispetto,perché espressione della stessa natura divina. I semi sono il simbolo della madre che ci nutre,dello spirito vitale che è custodito in ogni elemento naturale; attraverso questi simboli noi onoriamo la vita e chi la creata e poi donata all’uomo. L’itinerario che si percorre, dalla stanza delle offerte al luogo della divinitò, è la rappresentazione simbolica delle molteplici forme attraverso cui la vita si esprime; quello dell’artista è un richiamo profondo e accorato a guardare con attenzione a tutte quete manifestazioni, che egli riesce a rivelare, e allo stesso tempo un’esortazione alla gratitudine per la magnificenza e la generosità di quanto ci è stato consegnato: una gratitudine cui ci esortano tutte le culture e tutte le religioni, dalle più antiche alle più comuni, con parole e immagini di rara bellezza, e a cui si aggiungono la voce ,le opere e la passione di questo scultore. La forza artistica di Guido Omezzolli si manifesta in questo percorso: sta proprio nel desiderio di riscoprire le chiavi di lettura di una cultura chesi manifesta per archetipi ancestrali e viene esaltata dalla capacità di costruire, di trovare un contatto pieno e fisico con l naturalità delle cose, nel vivere il mistero profondo della sacralità della vita con il rispetto, con la meraviglia, con lo studio attento. Le opere di questo artista son costruite con la TERRA, co le argille plastiche e molli che si formano nelle mani, dalla carezza delle dita, dal movimento rapido e sapiente dei polsi, che con delicata forza riescono ad imprimere forme che richiamano la natura, che ricordano grembi di madri feconde pronte a recare frutto o slanci di sacerdoti proiettati verso l’altezza misteriosa ed arcana della divinità. C’è una suggestione profonda nel vedere la sapienza con cui dà forma lla materia, il rispetto con cui si avvicina alla terra, e agli elementi naturali, le forti relazioni che egli instaura coi luoghi che lo ospitano o in cui vive. La capacità viene anche da una prolungata esperienza, da uno studio attento: non è ceto casuale, né improvvisata la sua formazione. M c’è qualcosa che và oltre e che è nel suo stesso modo di essere: una sincerità assoluta che manifesta per la storia dei luoghi, per i linguaggi, per il significato delle parole e un profondo senso di appartenenza al mondo naturale. Forse per questo, alla fine, ogni azione risulta meditata e riflessiva. O forse perché nei lunghi anni che si è dedicato al restauro, allo scavo archeologico, allo studio delle memorie e delle tracce di artisti, culture, vicissitudini del passato, è entrato in sintonia con diverse civiltà, con molteplici culti e ritualità religiose, maturando un profondo rispetto per tutte le forme di espression, per tutte le risposte che gli antichi hanno cercato di dare alle domande che ancora ci tormentano. C’è una grande umiltà di porsi difronte alle cose, ai misteri filosofici così come alla meraviglia dell’erba che cresc, che deriva inoltre dalla sua sintonia col mondo contadini; egli ama la terra, lascavacon le mani nude per sentirla, ne rispetta i frutti con la parsimonia di chi è ospite gradito. In ogni aspetto della sua arte si ritrova , immediato e diretto, il modo con cui ha deciso di affrontare il mondo, la complessità delle sue esperienze di vita, e su tutto, lascelta di vivere nel proprio lavoro, che è manuale e intellettuale. Egli è un artista-artigiano: sa pensare le sue opere, progetta e studia le sue installazioni con un impegnativo lavoro di ricerca; lo muove un profondo amore per la filosofia, o forse ancor più per l’humanitas, come la chiamano i latini, ossia quell’insieme di conoscenza, di capacità di provare sentimenti, di rispetto per la natura e per i propri simili, che è l’essenza stessa di essere uomini. Ma, in più, egli sa creare dal nulla le sue opere, farle scaturire dalla terra e dare loro forma, utilizzando null’altro che le proprie man, la propria abilità. E’ un creatore, che porta la vita oggetti, rappresentazioni, opere con la capacità meravigliosa di chi sa fare le cose, di chi vede, oltre l’aspetto grezzo della materia, forme sinuose e messaggi profondi. Nel suo linguaggio personalissimo, che si esprime attraverso segni simbolici ed arcaici, come i centri concentrici e le spirali così frequenti nelle culture preistoriche o aborigene, i valori della vita e il rispetto della natura diventano immediatamente comprensibili ed inequivocabili: ciascuno riconosce in questo lavoro la propria origine, riconosce gli elementi naturali – l’acqua, la terra, l’aria eil fuoco – che compongono le sue opere e vede immediatamente il messaggio dell’artista, che si esplica infine con una chiarezza che è empatia, più che relazione. Semèia è un omaggio alla capacità umana di rappresentare il reale, di costruire - con sapienza, capacità ed arte – un modo per dare una forma comprensibile all’immateriale astrazione concettuale, alle entità che vivono nel nostro animo, profonde e a volte insondabili, al legame con le origini, con la creazione, con i misteri della nascita, che sono la parte più sacra che conserviamo in noi stessi. Giancarla Tognoni.
SEMEIA IN GRECO ..semeia. parola enigmatica che ben si addatta alle molteplici forme dell’immaginazione artistica. Come interpretare un segnale? Questa la sfida posta al termine scelto da Guido Omezzolli. Un segnale che, in greco, può spaziare dalla sfera propriamente umana, dove diventa mezzo per comunicare con gli altri uomini e donne (un segnale appunto, ma anche una parola d’ordine, un urlo di guerra,o persino un dimostrazione logica), a quella divina, dove diventa una profezia sul futuro che gli dei hanno in serbo, comunicato tramite ‘prodigi’o onscritto nelle costellazioni. Significativamente, lo stesso termine indica anche il simbolo umano della soglia tra la dimensione mortale e quella immortale: tomba. Tutti segnali che mostrano ciò che rappresentano ma allo stesso tempo rinviano ad un oggetto ‘rappresentao’, che non è mai presente ma costantemente interroga l’interprete. In questo spazio, in questo rapporto tra domande irrisolte e simboli che contengono inizi di risposte sta la sfida dell’artista. Tosca Lynch
Semèia – Genesi della mostra, di G. Omezzolli.
In gennaio, quando i semi dormivano sotto la neve, mi è stato chiesto di allestire una mostra all’eremo di S. Paolo. Un luogo suggestivo ricco di fascino e storia me che, memore della mia esperienza passata come restauratore, sapevo essere nel contempo luogo da rispettare nei suoi elementi architettonici-pittorici…in altre parole non potevo mettere nemmeno mezzo chiodo né tendere alcun filo! La questione mi aveva bloccato, ma il “luogo” rimaneva di forte stimolo. Ho lasciato decantare dentro di me questa “magia” ed il pensiero si puntualizzava, se non addirittura, si fossilizzava su un elemento: la TERRA. La Terra-Natura dalla quale ricavano sostentamento gli eremiti ivi vissuti, la Terra-creta con la quale creo le mie opere, ancora la Terra-Natura col suo equilibrio messo ripetutamente in pericolo per l’eccessiva scorretta antropizzazione. Tutto ciò macino dentro me mentre sono in ritiro-vacanza sulla vulcanica isola di La Gomera: qui le mie passeggiate si scontrano con una Natura forte e selvaggia che con fatica strappa sostentamento dalle arse e variopinte terre-rocce. Ogni pianta o piantina s’aggrappa al suolo per sopravvivere contro le avverse condizioni del tropico Sole, dell’arsura e dei forti venti; ogni forma vegetativa si prodiga a crescere per produrre infinitesimi semi allo scopo di garantire una catena procreativa. Ed i semi, qui, su quest’isola, maturano copiosi in fantasiose forme. Ne sono attratto e mi spingono a riflettere sulla grande forza rigeneratrice della Madre Terra. Il filo del pensiero mi porta sotto la crona dell’eremo dove sapevo poter utilizzare per la mia futuribile esposizione il solo pavimento o terreno di base. Leggo in questo momento un libro di psicoterapia dove ho incontrato il termine greco semèia = simboli. Ecco!! - mi dico - questo è quello che vorrei portare dentro e fuori l’eremo!! Semèion!! Semi e simboli!! E’ iniziata da subito una appassionata raccolta di semi che avrei messo dentro tante ciotole, simili ad offerte da donare alla dea Madre Terra. 120 ciotole, come i 12 mesi dell’anno, a simboleggiare i passaggi delle stagioni, il ritmo incessante e circolare del seme verso la crescita, dal fiore fino al frutto…per ritornare al seme: la spirale circolare della Vita. Il seme, un involucro “crisaldino” carico di potenzialità, seme come una momentanea “tomba” col potenziale slancio della rinascita. L’eremo-grotta mi stimolava pensarlo come un” Brandopferplatz”, (rogo votivo), raggiunto da devoti ad invocare protezione e fertilità. Tracce di questo rito, le ciotole empite di semi sparse in un percorso in salita unite alle figure delle dee –madri e degli “episcupus” intesi come autorevoli guide alla comprensione di un parsimonioso e saggio vivere. In un momento storico dove i valori civici ed umani sono stati svuotati come un seme sterile, c’è bisogno di ritrovare la volontà, che ognuno di noi si faccia “fertile seme” per costruire una società migliore. G.O. La Gomera (S), marzo 2013.
Guido rabbiosamente ama la scoscesa Pastoedo: vi ha costruito la sua rocca a picco sulla valle. Vi si accede da un ponte, che non è levatoio ma quasi. Dorme in una torre longobardo-veneziana: di qui gli antichi proprietari mandavano un tempo messaggi legati alle zampe dei piccioni. Ora nei fori della piccionaia rimasti all’interno della casa abitano statuine di ceramica, animali e un piccolo presepe.
Guido pure manda messaggi, nella rabbia, bellissimi, di sabbie, pietre azzurre e oro. Memorie dei suoi viaggi nello spazio terrestre, avvertimenti contro la macchina del tempo divoratore che distrugge il passato e la natura in nome del denaro e del consumo.
Gli oggetti più piccoli (coppette, piattini, lastre o riquadri da appendere, quelli che più facilmente il visitatore squattrinato comprerebbe) sono da lui con disprezzo chiamate “le mie prostituzioni”… io però sono felice di portarmene a casa una.
Guido potrebbe un giorno sparire nei monti alla ricerca di un luogo più puro, ma la presenza dell’orso per ora lo trattiene.
Per fortuna ama giocare col fuoco e insegnare a farlo: dal fuoco con la creta crea tribù di figure alte e magre come lui, che si affollano nel laboratorio e gli parlano nella bella lingua dell’arte; quando gliene chiedi una per te, non si capisce se vuole o non vuole separarsene… ma bisogna pur lasciare andare i propri figli. (Giovanna Ferrari, Canale di Tenno, giugno 2024)
IL RICORDO E L’OBLIO La mostra è allestitanell’eremo-chiesettadi S Maria maddalena ed intende valorizzare luoghi e figure della tradizione culturale: un itinerario attraverso !sentieri interrotti, alla ricerca di tracce, capaci di ridare senso al nostro presente. Il luogo è molto ameno, ma abbandonato. E’ raggiungibile solo a piedi in 20 minuti, percorrendo due differenti sentieri. Le sculture, ideate per questo evento, sono emblemi di sacralità e raffigurano la sovranità del “soggetto pensante”, la ricchezza della solitudine spirituale. Una moltitudine di statue-menhir, vasi canopi, urne cinerarie, pinax votivi in esposizione, generano la storia ascetica.
Anche le dee – Madri, come la terra, custodiscono nel loro grembo il mistero del nascere e del vivere, per ciascuno diverso, originale, unico: straordinaria corrispondenza tra la natura e gli esseri umani. Le dee madri di Guido Omezzolli hanno sospeso ogni fatica, ogni cura, per riproporre la neccessità del silenzio, dello sguardo posato sul mondo. Per amore del mondo, sicure della loro indiscutibile, originaria simbolica sovranità.
VISSUTO E PRODUZIONE ARTISTICA C’è un’analogia tra il pensiero ed i luoghi, una sorta di affinità che rimanda all’analogia originaria delle creature e degli esseri umani. Essa si sviluppa e sedimenta nel tempo, interpretando desideri, aspirazioni, bisogni e progetti, e come ogni evento storico è esposta alla fragilità dell’esistenza umana. Togliere dall’oblio alcuni luoghi significa ridare la parola a colore che, in passato, se ne sono presi cura, accogliendone l’eredità. L’eremo ha la magia dei luoghi che hanno custodito per secoli la fonte di un sapere straordinario, testimonianza viva della forza spirituale di coloro che cercavano un rapporto diretto con Dio. L’eremo di S, Maria Maddalena è stato riconosciuto come un luogo adatto alla dimensione interiore: lì fu possibile in passato, “abit “abitare la meraviglia”, posare quello sguardo che attraversa distanza e vicinanza. Il cammino verso l’eremo è volto a condividere la difficoltà dell’ascesa spirituale e a cercare, anche nel presente, quell’abitare originario, fonte di creatività. ( commeni alla mostra STORIE DI TERRE, di Rosetta Infelise, agosto 2008.)
“ PER GUIDO “ di Roberta Bonazza. Pastoedo, 2000.
Passeggio nel giardino. Non è definito il sentiero.
I fili d’erba seguono un percorso naturale.
Foglie planano dolcemente.
La rosa cresce vicino ai narcisi senza pungere i petali.
Margherite migrano nel prato e sopra i minuscoli fiori colorati spuntano sotto i cespugli.
Un labirinto all’apparenza selvaggio, un giardino ingarbugliato, quello dove Guido crea le sue opere sotto una tettoia di paglia.
I suoi passi al mattino non lasciano teacce: si confondono con le scorribande d’erba curiosa chw osservano Pastoedo tra arbusti spinosi.
L’ombra del sambuco, le dita dei rami dell’albicocco. I muschi.
Gli occhi salgono l’albero scoprono la Bellezza della Natura.
La guardano incantati come davanti a un’opera d’arte appena uscita dal fuoco.
Il labirinto si svela.
E’ un giardino “raku”: “gioia di vivere in armonia con l’universo” in un dialogo continuo e rispettoso.
Quotidiano.
Le mani di Guido ogni giorno nella terra. A scovarla, modellarla. La bellezza del giardino sotto la pioggia, al caldo del sole, nel vento. La meraviglia del suo “divenire” nelle stagioni e lo stupore della polvere di argilla che prende forma. Il fascino dell’irregolare, dell’imperfetto. Il giardino muta come i pezzi di terra lavorata consegnati al calore.
Viaggiatori roventi e imprevedibili passano dalla luce del fuoco all’ombra della fuliggine in attesa di tuffarsi nell’acqua generatrice che li porta alla vita. Il viaggio finisce, l’opera è compiuta. Il giardino fiorito.
Colpisce la “luccicanza”, quella del riverbero del sole sulle foglie.
La rugiada del mattino.
La stessa luce cristallina che non smette di brillare sul volto della ceramica raku, memoria di quel viaggio nelle scintille. Splende di fianco a un solco nero, ricordo del buio di una prigione nel bidone di latta.
Il giardino tra poco cadrà nel sonno profondo di una coperta bianca. Soffice di giorno. Gelata la notte. Rimane in attesa insieme ai pezzi d’argilla di una pioggia primaverile.
Di sole caldo sotto il quale risplende la sua opera d’arte. Guido aspetta con loro.