“…perché per me creare è attraversare l’alchimia degli elementi naturali e far nascere opere uniche che respirino e ricordino il percorso dell’anima umana…...”
g.o.

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ALBERI
(di G.O.  - Testo accompagnatore della mostra “Alberi”, Galleria “Il Transito, 2004).

Questa mostra è per me come una tappa-regressione e nel contempo un passo avanti nella mia ricerca. Passo velato di una certa stanchezza ma nella quale mi sono divertito. Divertito come un bambino che ama giocare-disegnare con la  sua nuova serie di colori avuti in regalo da Santa Lucia o Gesù Bambino a Natale. Il tema dell’albero non potevo affrontarlo se non dopo essermi liberato da un certo pregiudizio che direi “scientifico-illuministico”  ulteriormente rafforzato in primo luogo  da una  educazione moderna che tende  a riporre la fiducia solo nella ragione e nella percezione sensibile e, in secondo luogo,  dal voler a tutti i costi aderire alle regole della tecnica raku.  Niente di tutto ciò. Il percorso è stato un tranquillo ritorno alle forme-concetto  archetipali dell’albero come nei miei disegni dell’infanzia con accenno  soprattutto ai colori o al disegno. Ho bandito la scultura per lasciare spazio a semplici  formelle proprio come i piccoli brani di carta bianca che ritagliavo dal retro di vecchi calendari o riviste allo scopo di non sprecare né denaro né ulteriori tagli d’alberi: così mi aveva insegnato mia madre.
Nell’infanzia ho vissuto in vivaio a contatto con ogni genere di alberi  seguendo le fasi dal seme alla maturità; la molteplicità delle forme, delle foglie, delle cortecce, le trasformazioni dai boccioli ai fiori e dai fiori ai semi. Tutto ciò e altro sono stati per me un forte  stimolo alla creatività, alla fantasia al costituirsi di un mondo visionario senza limiti proprio come lo è in Natura. Potrei dire con W. Blake: ”La natura della fantasia visionaria o immaginazione è ben nota, e l’eterna natura e il perdurare delle sue immagini eternamente esistenti vengono ritenuti meno permanenti delle cose di natura vegetativa e generativa; eppure la quercia muore, così come l’insalata, ma la sua immagine e individualità eterna non muore mai, bensì ritorna tramite il seme; così l’immagine immaginativa ritorna tramite il seme del pensiero contemplativo.” 
Posso dire che se guardo dentro lo scafale dei ricordi essi sono cosparsi da aneddoti  segnati se non dominati dalla presenza di alberi.
Cito come primo l’albero  della mia casa natale, “la grande perlera” (Celtis Australis), ossia quella grandissima chioma ultracentenaria all’ombra della quale c’era la casa, la quattrocentesca Colombera del Brion.  Se chiudo gli occhi non vedo la casa, ma lei con  la sua grande massa-presenza. Piccino sostavo dentro le pieghe del suo tronco o in autunno ne coglievo le dolci perle nere che cadevano copiose dall’alto talmente in alto che da terra non le potevi distinguere di tra le foglie lanceolate; felice  raccoglievo i frutti e ne facevo una scorta in tasca e mi servivano per tuta la giornata “mommolando” la sottile e dolce drupa. Ora è morta.
Ancora ricordo il fico della casa di V. Filanda talmente grande e rasente la casa che mi serviva come scala alternativa  per fuggire dai controlli materni a dar sfogo alle prime scorribande adolescenziali…I suoi rami rasentavano il terrazzo e bastava sporgersi e allungare i piedi su uno dei più grossi rami ed iniziava il viaggio-fuga verso un nuovo mondo!
Gli ulivi del monte  Brione eterni presenti e compagni delle mie nostalgiche passeggiate o fughe leopardiane alla ricerca di un senso alla vita…..c’era l’ulivo-osservatorio perché aveva un comodo ramo-sedile dal quale osservavo la valle; c’era l’ulivo-nicchia entro la quale mi nascondevo quando mi vergognavo di farmi scorgere da altri a interrogare la Natura anziché  andare al bar; c’era l’ulivo della disperazione, un  tronco-groviglio torto e ritorto come le torsioni nelle sculture michelangiolesche e con due braccia lanciate in alto……e cento altri, ognuno col suo nome. 
Questo per dire che l’albero, o se vogliamo la Natura, è stata per me sempre fonte per prendere coraggio di vivere. Se penso che l’uomo può ancora meravigliarsi quando vede in primavera svegliarsi un albero e fiorire e rinverdire, ecco penso, che malgrado il degrado morale-ecologico in cui versa l’umanità e il mondo oggi, ecco penso che la condizione umana sia capace di far nascere cento e poi mille possibilità di migliorare. Un proverbio indiano dice: ”tagliate tutti gli alberi ed il cielo cadrà”. Chiaro e severo. Un uomo radicato (che rispetta) alla terra non può  soltanto distruggere. Come un albero  guarderà anche  al cielo proprio come il noto albero cosmico o della vita che  pervade le tre regioni del cielo, della terra e del mondo sotterraneo.
“…la vita dell’albero più inutile ha un’importanza tale che esso è il padrone assoluto della terra che trattiene tra le sue radici” (da Jean Giono “lettera ai contadini sulla povertà e la pace”).
Innamoriamoci dell’albero che è in noi, curiamolo, facciamolo  crescere… ci regalerà i suoi frutti…ed avremo anche noi da gioire, rivivere e  regalare.
Pastoedo, aprile 2004.

 

 

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